Il ghostwriter della Pacem in terris. Il documento-testamento di Papa Angelo Giuseppe Roncalli fu redatto da Giovanni XXIII insieme al suo più fedele e capace collaboratore, il futuro cardinale Pietro Pavan, all’epoca docente della Pontificia Università Lateranense, “l’Ateneo del Papa” come la definì molti anni dopo Giovanni Paolo II, di cui poi Pavan divenne rettore con Paolo VI nel 1969, fino a ricevere la porpora dal Papa polacco nel 1985. Una storia, quella della stesura dell’ultima delle otto encicliche di Giovanni XXIII, sotto molti aspetti inedita e che l’attuale rettore della Lateranense, il vescovo Enrico dal Covolo, racconta, aprendo “l’archivio Pavan”, in un saggio scritto in previsione della canonizzazione di Roncalli che fu studente prima e docente poi dell’Università del Papa. Nell’immaginario collettivo, infatti, si è sempre pensato che Roncalli, già molto provato dal cancro allo stomaco che lo stava lentamente spegnendo, avesse utilizzato tutti i ritagli di tempo libero per scrivere il testo che due mesi prima di morire, l’11 aprile 1963, donò a John Fitzgerald Kennedy e a Nikita Krusciov come suo messaggio di pace al mondo.

Una storia molto interessante che monsignor dal Covolo ha ricostruito passo dopo passo rileggendo insieme tutte le “carte Pavan”. Un documento importantissimo è la lettera, due fogli manoscritti, indirizzata da Pavan al segretario di Roncalli, il neo cardinale Loris Francesco Capovilla, datata 23 novembre 1962. “Reverendissimo Monsignore – scrive Pavan – avrà la bontà di perdonarmi se mi permetto di chiedere un parere o meglio un consiglio. Durante questo mese, anche perché trattenuto in casa da una indisposizione, ho avuto la possibilità di pensare, anzi di meditare sugli avvenimenti e sugli elementi che caratterizzano sul piano mondiale l’attuale momento. Mi sono fatto la persuasione che la Chiesa renderebbe un servizio di altissimo valore se, come in campo economico-sociale attraverso l’enciclica Mater et Magistra, così pure in campo sociale-politico indicasse una linea d’azione chiara e sicura; e la indicasse in forma positiva, usando un linguaggio piano e modi di argomentare accessibili agli uomini di oggi. Sotto la spinta di una siffatta persuasione ho buttato giù una traccia abbastanza sviluppata per un documento in materia. Le accludo l’indice-schema, perché se ne possa fare un’idea sia pure approssimativa. Il documento però dovrebbe uscire in forma di enciclica e non in forma di canoni o di decreto: dovrebbe quindi essere opera diretta del Santo Padre e non del Concilio; e per una serie di motivi facilmente intuibili. Che ne pensa lei, monsignore? È cosa fattibile?”. La storia ci dice che la risposta di Papa Roncalli fu affermativa.

“Non sappiamo – spiega dal Covolo – se la lettera di Pavan fosse stata in qualche modo incoraggiata o sollecitata. Sta di fatto che già il 7 gennaio 1963, come risulta dall’Agenda del pontefice, Giovanni XXIII poté leggere una prima stesura dell’enciclica, che aveva già deciso di promulgare a Pasqua: ‘Ho poi consacrato tutto il vespero, circa tre ore nella lettura della enciclica di Pasqua in preparazione, fattami da monsignor Pavan: ‘La pace fra gli uomini nell’ordine stabilito da Dio e cioè: nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà’. Manoscritto di 111 pagine dattilografate. Ho letto tutto, solo, con calma e minutissimamente e lo trovo lavoro assai bene congegnato e ben fatto. L’ultima parte poi: ‘Richiami Pastorali’ in pienissima risonanza con il mio spirito. Comincio a pregare per la efficacia di questo documento, che spero uscirà a Pasqua e sarà motivo di grande edificazione”. Alla “stesura intermedia” in latino e in italiano, precisa dal Covolo, vennero proposti 57 suggerimenti di correzioni che talvolta furono accolti e altre volte no, per dare luogo alla “stesura finale”, in lingua latina (49 pagine) e in lingua italiana (52 pagine), che fu sottoposta alla firma del Papa l’11 aprile 1963.

Nel cammino di redazione dell’enciclica e nel breve commento scritto proprio da Pavan “rimbalza in primo piano – afferma dal Covolo – la memoria viva di questi due grandi uomini, tenacemente appassionati alla pace e al dialogo tra gli uomini di buona volontà”. Il giovane seminarista Roncalli proprio presso l’Ateneo del Papa conseguì il baccalaureato nel 1901, la licenza l’anno successivo e il dottorato in sacra teologia nel 1904, non potendo concludere gli studi di diritto canonico per la nomina a segretario particolare del vescovo di Bergamo, monsignor Radini Tedeschi. Roncalli ritornò però alla Lateranense nel 1924 come docente di patrologia e sacra eloquenza. Il suo incarico durò soltanto un anno accademico perché nel 1925 Pio XI lo nominò visitatore apostolico in Bulgaria, elevandolo alla dignità episcopale. “Mi avevano detto che non c’era bisogno – gli disse in quell’occasione Papa Achille Ratti – ma a me è sembrato giusto così”. La Pontificia Università Lateranense ricorderà il suo ex alunno e docente diventato santo il giorno dopo la cerimonia di canonizzazione in piazza San Pietro con Papa Francesco, il prossimo 28 aprile, in un convegno al quale parteciperanno il rettore dal Covolo, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, e Marco Roncalli, nipote e biografo di Giovanni XXIII.

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