Non ne posso più. Davvero. Non ne posso più di vedere 18enni costrette/i a fare un percorso tortuoso, costoso, sfiancante solo per studiare, applicarsi, tentare di guadagnarsi un mestiere. Magari attraverso facoltà che producono professionalità che sono e saranno sempre più richieste. Medici, fisioterapisti, matematici tanto per fare un esempio. Per loro, invece, ci sono pochissimi posti – una vera e propria lotteria – quando invece sappiamo che in una società sempre più anziana i fisioterapisti saranno sempre più richiesti. Come i matematici o i fisici. O i logopedisti o i dentisti. O i matematici, non solo nelle scuole.

Il numero chiuso è diventato un incubo per qualsiasi maturando, e a ragione. Basta vederli. Cominciano a preoccuparsi dall’ultimo anno, cercando di capire dove gli converrà andare a fare l’esame. Molti tra loro scelgono posti lontani, così il giorno della prova sono costretti a fare lunghi viaggi, per finire in uno stanzone con migliaia di candidati tutti in corsa per poche decine di posti. Ma non ci sono solo le spese per spostarsi. I libri, ad esempio. Così come i corsi. Racconta Sofia, 18 anni, che vorrebbe fare Odontoiatria: “Ho speso 140 euro di libri, 1200 euro di ripetizioni, 2000 euro per un corso Alphatest di due settimane a luglio. E non ho nessuna sicurezza di entrare, ho parlato con ragazzi che il corso l’hanno fatto due o tre volte”. Poi ci sono quelli che si iscrivono ad altre facoltà e poi cercano di passare a quella desiderata. Quelli che vanno all’estero e poi provano a rientrare. Il tutto, appunto, con un dispiego di forze psicologiche, fisiche ed economiche non facili da sostenere, sia per i ragazzi che per le famiglie, altrettanto stremate e insieme preoccupate.

Tantissimi sono i respinti, quelli che, nonostante gli sforzi, non riescono. Magari perché hanno sbagliato un quiz di religione – sì, ci sono anche quelli – anche se volevano fare i fisioterapisti. Così si produce una generazione di scoraggiati, persone che magari si mettono a lavorare e lasciano perdere la voglia di studiare, nel paese dove, secondo i dati Eurostat, il tasso di laureati è il più basso d’Europa (peggio di noi solo la Romania) e i numeri ci inchiodano al quintultimo posto, davanti solo a Portogallo, Romania, Spagna e Malta, per quanto riguarda il tasso di abbandono scolastico dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni. E allora, ancora, bisogna chiedersi: a chi giova il numero chiuso?

Di recente, il Tar del Lazio ha accolto il ricorso di alcuni studenti contro il numero chiuso nelle facoltà umanistiche dell’Università Statale di Milano. Se i giudici hanno ritenuto insensato chiudere l’accesso in facoltà ad alto tasso di disoccupazione, tanto più assurdo appare lo sbarramento coriaceo, e generatore di enormi sofferenze, per entrare in facoltà che invece il lavoro, potenzialmente, lo offrono. Il Tar ha parlato in modo corretto di decisione che lede il diritto allo studio. Ed è verissimo: oggi in Italia lo strozzamento in entrata sta realmente danneggiando il diritto allo studio che la stessa Costituzione tutela. Studiare è diventato impossibile e molti giovani sono letteralmente discriminati. 

Restano, allora, inevase le domande: perché il numero chiuso? Davvero si tratta di una misura che tutela gli studenti? Risponde realmente alle esigenze di un mondo del lavoro, peraltro in continuo cambiamento? A me pare che le risposte diano esiti negativi. E che la vera ragione sia altrove: nella scarsità di aule, nella mancanza di docenti. Insomma, ancora una volta nella penuria di fondi che si scarica come al solito sui cittadini indifesi. Da un lato, sui ragazzi le cui speranze vengono tradite, dall’altro sulle loro famiglie stremate dai rifiuti e incapaci di capire perché ai loro figli viene negata la possibilità di tentare, attraverso il merito, di avere un’occupazione dignitosa.