In Catalogna si ripete ciclicamente un copione scritto con lo stesso inchiostro: la convocazione del referendum per l’indipendenza, la reazione contrariata del governo di Madrid, il deciso intervento del Tribunale costituzionale con le sue censure tecniche, l’ostinata celebrazione della consultazione, il nulla di fatto che ne consegue.

Ieri, 6 settembre, il Parlamento regionale ha approvato la legge che conferisce ufficialità al referendum del prossimo 1° ottobre, è l’articolo 4 a individuare la domanda chiave da stampare sulle schede elettorali in lingua catalana: “Vuole che Catalogna sia uno Stato indipendente, in forma di Repubblica?”. Il comma successivo precisa che il risultato avrà carattere vincolante. Il 4 ottobre, in caso di vittoria dei “Sì”, Carles Puigdemont, ‘el president’ della Generalitat (organo esecutivo catalano), si è detto pronto a proclamare unilateralmente l’indipendenza della Catalogna.

Tra soli 28 giorni le migliaia di italiani che formano una delle più folte comunità di stranieri di Barcellona, potrebbero chiedersi in quale paese vivono, con quali diritti, e quale sarà la forza che esplicheranno le regole comunitarie. Con la singolarità, per tanti giovani trasferiti nella capitale catalana con l’obiettivo di sfuggire alle incertezze post-Brexit, di dover ora affrontare le possibili conseguenze di una Catalexit (da Madrid).

Probabilmente si tratta di inquietudini ingiustificate perché il referendum non è contenuto in una cornice legale adeguata, non può esserlo. L’articolo 2 della Costituzione del 1978 fissa il principio dell’indissolubile unità della nazione, la disposizione di apertura del testo fondamentale stabilisce che la sovranità nazionale è del popolo spagnolo. Non i soli catalani, quindi, ma l’intero corpo elettorale dello Stato dovrebbe essere chiamato a pronunciarsi sulla proposta di disgregazione territoriale.

La Consulta, richiamando i due principi costituzionali, ha creato una granitica giurisprudenza, un muro ruvido sul quale la politica indipendentista continua a sbattere la testa. In verità nelle sentenze della Corte di Madrid si ritrovano anche indicazioni di segno politico: riformate la Carta del ’78 – suggeriscono i giudici costituzionali – poi avviate su base regionale consultazioni per l’autodeterminazione.

Ipotesi politicamente non praticabile, mancano i numeri per le riforme, è per questo che gli indipendentisti fanno leva su riti collettivi capaci di assicurare identità culturale e partecipazione civica, la Diada, festa della comunità autonoma celebrata ogni anno l’11 settembre per commemorare, paradossalmente, una sconfitta (la caduta, dopo un lungo assedio, di Barcellona nelle mani delle truppe borboniche), e il mantra del referendum. Un percorso inverso da quello tracciato dall’Alta Corte, una prova di forza che deve portare i catalani a decidere su un tema che riguarda l’intera comunità nazionale.

Il film che si proietterà nei prossimi giorni è una pellicola già vista. Il governo invoca in queste ore determinazioni del Tribunale costituzionale, i giudici scriveranno sentenze già lette, intanto i politici catalani – prevenuti – hanno annunciato disobbedienza, mentre gli inquirenti si dicono pronti ad aprire fascicoli per incriminare i responsabili degli atti di insubordinazione. La Guardia Civil controlla nelle strade le tipografie che potrebbero dare alle stampe le schede elettorali, la Corte dei Conti fa sapere che chiamerà i vertici regionali a pagare il conto di un referendum convocato con una legge che è contro la Legge. Non è un caso che la magistratura contabile abbia presentato ai precedenti responsabili politici, Artur Mas (ex presidente della Generalitat) in testa, il conto salatissimo di ben 5 milioni di euro, somma necessaria per il referendum del 9 novembre 2014. Non è un caso che l’udienza sia stata fissata il prossimo 25 settembre, a pochi giorni dalla nuova consultazione.

Tutto risponde a logiche di parte, in un clima livido di reciproco discredito. Sui titoli di coda di una pellicola consumata scorre un quesito: quante nazioni ci sono in Spagna?