L’alluvione più cara della storia americana, l’uragano Harvey – la città più colpita è Houston, che produce quasi il 3% del Pil nazionale – sta innescando gravi effetti collaterali. Per esempio, le acque hanno sommerso l’impianto della multinazionale Arkema a Crosby, alle porte di Houston. Il sistema di refrigerazione dei composti chimici stoccati nell’impianto ha smesso di funzionare. Si tratta di perossidi organici– componenti di base di prodotti farmaceutici, cellophane, latex, gomma sintetica, plastiche e anticorrosivi- che vanno refrigerati per mantenersi stabili, evitando fenomeni di polimerizzazione esplosiva. E ci sono moltissimi impianti chimici e petrolchimici nell’area inondata: le eventuali fuoriuscite metteranno a repentaglio la qualità delle acque potabili, anche se entreranno in azione efficaci piani di emergenza che ne limiteranno le conseguenze come pare sia avvenuto a Crosby.

Non stupisce che l’inondazione di un luogo così antropizzato possa provocare un drammatico effetto domino. L’innesco di disastri ambientali da inquinamento di acque e terreno, in superficie e in falda, non è da sottovalutare. Anche l’aria è a rischio, quando ci sono esplosioni o particolari reazioni chimiche. E le conseguenze sanitarie possono essere gravi. Sono tutti elementi da considerare in modo attento e dettagliato quando si costruiscono i piani di protezione civile che, in tal caso, devono scaturire dalla collaborazione dei responsabili pubblici con i conduttori privati degli impianti.

L’industria chimica ha bisogno di acque abbondanti e di buona qualità. In tutto il mondo queste industrie sono state perciò localizzate in prossimità di ricche fonti di acque dolci. “La fabbrica chimica di AZote Fertilisant (Azf) di Tolosa, in Francia, esplose nel 2001: fu uno scoppio equivalente all’esplosione di 20 o 40 tonnellate di Tnt. Provocò una scossa di 3,4 gradi della scala Richter, sentita a 80 chilometri di distanza. Ci furono 30 morti e 2.500 feriti. I danni superarono il miliardo e mezzo di euro. Dov’era situata? In sponda sinistra della Garonna” come racconto nel mio ultimo libro, Bombe d’acqua. E non è chiaro quanti siti nucleari europei costruiti in fregio ai corsi d’acqua siano posti in zone potenzialmente inondabili.

Anche in Italia gli impianti chimici sono stati costruiti sulle sponde fluviali. A fine 800, le fabbriche di esplosivi, armi e munizioni furono allocate sulle rive di fiumi e torrenti. E parecchie volte il concetto di “riva del fiume” fu interpretato in modo ottimistico. Così accadde anche per altre industrie, come la Stoppani in Liguria, sorgente inquinante di cromo esavalente. Secondo un rapporto Oecd, vecchio di dieci anni almeno, ci sono in Italia 1.109 stabilimenti industriali pericolosi secondo la direttiva Seveso, più del 50% localizzati nel bacino del Po. Tra queste fabbriche, 151 sono ad alta pericolosità: 25 sono localizzate in terreni compresi in fascia C e 6 addirittura in fascia B. In pratica, sei impianti sono posti in zone arancioni, inondabili dalla piena di riferimento, quella con periodo di ritorno duecentennale; mentre 25 sono posti in zone gialle, inondabili dalla piena catastrofica. E non è un caso che la direttiva europea prenda il nome da un corso d’acqua.

La crisi post-2008 ha complicato la situazione. Il fallimento di un’industria lascia talora l’opificio abbandonato, senza un presidio efficace. Se la fabbrica è in zona inondabile e gli edifici o i piazzali stivano sostanze inquinanti, c’è il rischio che un’inondazione le dilavi e le trasporti a valle. Quando si tratta di composti solubili o, addirittura, ci sono vasche o lagune colme di liquidi velenosi, le potenzialità per un disastro ci sono tutte. L’inondabilità delle aree di valle accresce la dimensione del potenziale disastro.

Se un opificio è attivo, anche in caso di emergenza le maestranze possono intervenire. Magari, installando alla svelta una difesa passiva, come già accaduto nel nostro paese, anche improvvisando. Per esempio, durante l’alluvione piemontese d’inizio millennio, alcuni siti pericolosi furono lambiti dalle acque, come quelli nucleari di Saluggia e Trino Vercellese; e solo la presenza attiva dei lavoratori ne limitò l’impatto, evitando un disastro. Dopo tutto si narra che in provincia di Vercelli sia stipata la metà di tutte le scorie italiane. Se, invece, il sito è abbandonato e, magari, è stato blindato dal fallimento, non resta che invocare il mitico stellone nazionale.

Oltre alla fragilità antropica, all’effetto domino contribuiscono anche fenomeni naturali. Le acque stagnanti possono diventare un terreno fertile per le zanzare, che in Texas possono veicolare il virus del Nilo Occidentale, una febbre potenzialmente fatale. In Texas le solenopsis (formiche di fuoco) hanno abbandonato in massa le loro tane sotterranee, formando grandi isole flottanti per difendere le regine finché le acque non si ritireranno: sono insetti pericolosi, perché le loro punture possono produrre gravi reazioni allergiche nell’uomo. E il mix antropico ed ecosistemico post-alluvione potrebbe essere di lunga durata: l’uragano Katrina danneggiò in modo irreversibile le paludi intorno a New Orleans, che avevano un ruolo importante nell’assorbimento delle piogge, e ha reso da allora più pericolosi gli effetti a terra dei nubifragi.