Era stato presentato l’anno scorso alla Mostra del Cinema di Venezia, in fuori concorso per la sezione Orizzonti destando anche una certa attenzione. Ora il documentario di Ulrich Seidl, Safari, esce al cinema con il suo sguardo senza fronzoli né censure. La macchina da presa del regista ha seguito alcuni turisti tedeschi e austriaci addentrandoci in lussuose battute di caccia in Africa. Ci troviamo nella savana dove s’incontrano Namibia e Sudafrica. Il lusso sta nel trattamento. I turisti vengono seguiti dai “boys”, guide e accompagnatori locali che scarrozzano gli armati europei per sparare a impala, giraffe, gnu e grandi felini. Lo sguardo di Siedl è talmente fotografico che oltrepassa il velo della denuncia e del giudizio con sarcasmo implicito. Così arriva a strappare sorrisi strettissimi e amari per una coppia di anziani panciuti. Prendono il sole protetti da recinti elettrificati, fanno una sorta di lista della spesa con i prezzi per capo d’ogni animale e poi lui, flemmatico e pesante, trangugia e sbuffa lattine di birra nell’attesa del passaggio di una preda, a vedetta annoiata dai casottini mimetici d’appostamento. Fa pensare che sarebbero stati meglio a passeggio sulla riviera romagnola, ma l’istinto predatorio di queste persone non è quello da pensioncina, obrellone e gelato la sera. Qui le ombre sono ben altre.

Con inquadrature frontali e simmetriche, l’autore lascia i suoi intervistati trasformarsi in personaggi inconsapevolmente ridicoli. È il piccolo, spietato meccanismo empatico che scivola fuori da questo doc. Le confessioni sull’emozione del tiro andato a segno sono sviscerate dai componenti di una famigliola teutonica: padre e madre di mezza età, figlio e figlia ventenni. E sviscerate sono anche le loro prede, ovviamente dai locali, mica dai cacciatori bianchi con mani pulite. L’occhio di Seidl è presente soprattutto nelle battute di caccia. I tempi diluiscono intorno alla ricerca dell’animale, la preparazione al colpo, l’attesa nell’agonia e infine le foto trofeo. Perizia e ricerca estetica che sfociano in tetro edonismo per impostazione set sono necessarie quando la testa della grossa preda resta pendula. Così una pietra a reggerla può diventare l’idea giusta!

“Non uccidere, ma abbattere”. La terminologia è importante quando la si conficca in una pietas di facciata. Ecco il pudore cacciatore di questi turisti di lusso che preferiscono l’avventura mortale coccolati da servitù e teste di animali appese ai muri. Gli occhi carichi di speranza e un contorto rispetto per le prede moribonde sono alcune delle contraddizioni che mette in evidenza il regista. E una delle innumerevoli ipocrisie del mondo moderno. Allora risuona per alcuni l’eufemismo del “non cacciare leoni e leopardi perché non numerosi”. Mentre i ragionamenti da ambientalisti deviati rapportati agli abitanti locali scoprono, nonostante il sole sempre a picco, le ombre più gelide su pensieri vaghi di nuance razzista. Insomma, con i loro bei completi avana questi signori, giovani e meno giovani, incarnano la solita favoletta ipocrita da Uomo del monte.

Forse a fare più impressione sono le parole che escono dalle bocche fameliche di questi attrezzati borghesi in cima alla scala alimentare globale, e non le scene da macello su separazione e trattamento di pelli e carni di cacciagione. Ma su queste ultime fanno riflettere due cose. In primis la loro assenza asettica come metafora di un occidente che trae i suoi più grandi profitti a distanza dal campo, come multinazionali ma anche professionisti che demandano per acquisire più ruoli di comando al contempo, facendo del sottopagamento il migliore investimento per i propri affari. In seconda istanza, una parte d’Africa, china, accetta ancora il servilismo funzionale al turismo (pronipotino migliorato, imbellettato e politicamente corretto dell’antico avo schiavismo) vendendo le proprie risorse con squilibrio sociale e anche regalando a ingordi forestieri la scusa per un’autoassoluzione morale e ambientale.