Ci sono capolavori della illetteratura che sfideranno il tempo e lo spazio. Ad esempio quello ormai stranoto di Abid Jee, un pakistano studente di giurisprudenza e mediatore culturale per una cooperativa, che ha distillato sul suo profilo di Facebook le sue pillole di saggezza: “Lo stupro è un atto peggio ma solo all’inizio, una volta si entra …. poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale”. I grandi umoristi hanno speso una vita per sembrare sciocchi, lui ci è riuscito in una volta sola. Alla faccia dei 15 minuti di popolarità di wahroliana memoria, di lui si parlava, si parla e se ne parlerà a lungo.

Un noto corsivista accenna al cuore del problema: è un atto isolato? Ma non si sbilancia. Noi sì, perché al di là della gravità estrema di una frase raccapricciante, non sembra che si sia intervenuti sul problema più generale dei diritti delle donne. Questa vicenda serve per capire come non vi sia alcun conflitto o contraddizione fra essere terzomondisti e difensori dei diritti umani: basta far finta di niente.

Tutti gli strumenti nazionali e internazionali proclamano la parità dei diritti e certa sinistra, in questa battaglia, non è seconda a nessuno, salvo fregarsene della umiliazione dei diritti delle donne nei regimi teocratici (territori palestinesi compresi) nei quali è ammessa spesso la poligamia, dove la quota ereditaria della donna è metà di quella dell’uomo, dove frequenti sono gli incesti, dove il velo è sovente obbligatorio e così via.

È fin troppo facile indignarsi per la lode dello stupro, perché per dare addosso a qualcuno dal quale tutti si dissociano non ci vuole nulla. Più difficile sarebbe reclamare la parità dei diritti fra uomo e donna nei Paesi di provenienza dei migranti, che non sembrerebbero essere la Svizzera o il Liechtenstein. Peccato che il Manzoni, tanto tempo addietro, avesse chiarito che chi non ha il coraggio, non se lo può dare.