Non sono un padre ma le recenti dichiarazioni di Leonardo Pieraccioni che vuole tornare alla “terapeutica pedata nel culo” mi fanno tenerezza. Sono la manifestazione del fallimento di una generazione di padri e madri che pensano ai figli a loro misura e somiglianza. A Pieraccioni che vuole prendere a pedate la figlia vorrei dare una carezza, un abbraccio. Non ho il dono della paternità, ma ogni giorno ho a che fare con i bambini e i ragazzi. A noi maestri la pedata nel culo, per fortuna, è stata vietata da decenni. Così, la bacchetta, lo scappellotto, il metter fuori dall’aula il ragazzo. Sono rimasti solo gli insegnanti che urlano di non urlare e quelli che minacciano con la nota e il voto in condotta che sono esattamente come la pedata nel culo del nostro regista.

Sulla sua bacheca Facebook il noto attore ha scritto: Signori! Siamo passati da “mio padre mi fulminava con uno sguardo” a “mio padre se dice di no lo fulmino”. I nostri amatissimi pargoli sin dalla tenera età stanno prendendo dito, mano, braccio e cosce. Sono i cosiddetti scatenatissimi “nativi digitali” ma mi sa che son pure “nativi” più stronzi di un tempo! Imparano velocissimi il nostro limite di sopportazione e sanno che “alla quinta volta di fila che glielo chiedo piagnucolando” noi cediamo. Maleducati per la nostra mancanza di fiato. “Babbo – mi ha chiesto seria la mia – ma se io da oggi faccio tutto quello che mi dici, tu mi potresti pagare?”. La risposta doveva essere un tenero calcio nel culo alla Chinaglia e invece mi è pure scappato da ridere. Due giorni dopo si è lamentata perché reo di averla portata nel “solito ristorante” due volte nella stessa settimana! Altra pedata nel culo mancata. Il risultato potrebbe essere che il passaggio da “simpatica bambina birichina” a “impertinente ragazzetta stronzetta” sia già scritto. Colleghi genitori, uniamoci! Se le nostre amorose e moderne spiegazioni sul vivere corretto sono accolte da pernacchie e risatine, risdoganiamo il vecchio e caro “calcio nel culo” dei nostri nonni; non ha mai fatto male a nessuno, anzi!

Siamo davvero convinti che serva un calcio nel culo? Quando avevo l’età forse della figlia di Pieraccioni il vero schiaffo non me lo diede mio padre ma un’esperienza di vita. A 13 anni, ogni domenica, con don Mario andavo alla vicina casa di riposo per anziani a imboccare Ernestina, una vecchia signora in coma da chissà quanti anni. Il mio compito era imboccarla, provare a metterle in bocca un po’ di quella brodaglia che sputava fuori senza nemmeno accorgersi. Davanti a quella donna per la prima volta mi misuravo con la realtà dell’esistenza, mi rendevo conto che i miei vizi, le mie richieste, la mia stronzaggine valevano ben poco.

Non molto tempo dopo mi trovai da Italo, un giovane rimasto in coma vegetativo a causa di un incidente stradale. Ogni domenica mattina, anche se tornavo a notte fonda, alle nove avevo questo appuntamento: come tanti altri volontari ci alternavamo a fare la terapia per mantenere in vita questo ragazzo. Italo aveva qualche anno in più di me e non sarebbe più potuto tornare a viaggiare, andare un concerto, frequentare la scuola, avere un lavoro, baciare una donna, abbracciare sua madre.

Ecco, i nostri ragazzi non sono “nativi stronzi”, ma hanno bisogno di misurarsi con la realtà e di non vivere in un mondo di cartapesta che i genitori costruiscono attorno a loro. Crescono in famiglie, in aule che li rendono stronzi. Sono soldatini di mamma e papà, devono essere come dicono mamma e papà, come vuole la scuola che spesso spegne la loro creatività, che li obbliga fin da bambini a ubbidire, ad andare ancora mano nella mano per uscire dall’aula, ad alzare il ditino per andare in bagno, a studiare storia, geografia e scienze quando lo decide qualcuno.

Attorno a loro costruiamo castelli di carta: per qualche mese sanno tutti i nomi dei fiumi della Basilicata, ma al primo ostacolo sono fragili perché nessuno ha insegnato loro a vivere. Vogliamo da loro solo voti, risultati che servono a mamma e papà, agli insegnanti, ai dirigenti ma non ai ragazzi che cercano poi il piacere di vivere altrove perché non lo trovano in quella che è la loro vita.

Caro Pieraccioni, anziché andare al ristorante due volte la settimana, perché domani sera non prende sua figlia e va alla mensa dei senza tetto? Le assicuro che sarà meglio di una pedata nel culo. Quanto all’uso di “quel cazzo di Ipad”, finiamola una buona volta di puntare il dito contro questa generazione per trovare un capro espiatorio del vizio di tutti noi. Pieraccioni sicuramente siede a tavola senza cellulare in mano, ma un secondo dopo l’ultimo sorso di caffè magari ha il cellulare in mano. Nelle scorse settimane ero con un gruppo di giovani tra i 22 e i 25 anni, che non perdeva un attimo per fare “una storia” su Instagram.

Stavamo facendo un viaggio nelle realtà difficili della Campania e loro postavano, taggavano. Ho rischiato per un attimo di spazientirmi. Poi mi sono fermato e mi sono chiesto: che male fanno? E’ il loro linguaggio, è il loro modo di esserci, di farsi sentire. Ne hanno altri? Forse noi adulti diamo loro altri spazi, altri luoghi dove potersi esprimere? Dove potersi raccontare? Dove aggregarsi?

La pedata nel culo va data ad altri, non ai ragazzi. A chi non si preoccupa di educarli alla vita, a chi non si occupa dei loro interessi, a chi non si ferma ad ascoltarli perché c’è una verifica, a chi non ha mai tempo per giocare con loro, a chi non sta in silenzio davanti ad un tramonto con suo figlio, a chi vieta senza spiegare, a chi li giudica senza capirli.