Ho assistito con dispiacere all’alternarsi delle offese e delle repliche che hanno caratterizzato gli sgradevoli duelli virtuali tra gli irriducibili dell’inaudita violenza verbale del web e la presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini. Ho pensato alle migliaia di persone che in analoghe circostanze non possono sperare nel peso di un ruolo istituzionale per arginare le aggressioni sul web.

Mi sono chiesto, e non solo occasionalmente, perché questo teatrino sia destinato a ripetersi senza che nulla, sottolineo, nulla accada per riportare la questioni in termini di pur faticosa gestibilità.

Il contrasto alla criminalità dell’odio o all’hate crime (come dicono oltre Manica) è senza dubbio un’attività difficile e impegnativa, ma non sono proclami di “vendetta, tremenda vendetta” alla verdiana maniera del Rigoletto a risolvere la questione. L’ovvietà del voler far valere il legittimo diritto alla tutela della propria persona e della funzione ricoperta mi intenerisce. E’ il pericoloso indizio di una sostanziale impotenza dinanzi a un fenomeno endemico cui non si riesce a metter freno.

Conosco le dinamiche del web, posso dire di esser stato testimone della genesi di numerosi comportamenti delittuosi migrati dal “normale” vivere quotidiano alla pesantissima immaterialità di Internet. Venticinque anni da sbirro digitale e questi ultimi cinque da antropologo laico mi hanno permesso di riconoscere la insostenibile leggerezza (non “dell’essere” di Milan Kundera) della classe politica dinanzi all’irrefrenabile divampare del degrado sociale nel contesto online.

Chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere. Commissioni inutili, gruppi di lavoro inconcludenti, finti esperti, improvvisati cultori di tematiche inestricabili, impeccabili annunci che avrebbero mortificato l’eleganza delle “signorine buonasera” di mamma Rai, dichiarazioni di ferrei propositi pronti a rivelarsi di latta: forse è venuto il momento di fare qualcosa.

Nel calcio, gli allenatori che non portano risultati si cambiano e i bomber che non segnano finiscono in panchina. Forse è il caso di mutuare queste abitudini anche in questo contesto.

Il precedente richiamo a dizioni britanniche ha una sua specifica ragione. Qualche giorno fa, il 21 agosto a voler essere precisi, il Crown prosecution service ha dichiarato guerra agli abusi online, decidendo di applicare la stessa determinazione con cui si perseguono i crimini “in carne ed ossa”.

L’inarrestabile preoccupazione endemica per il continuo crescere di attacchi sui social con matrice razzista, antireligiosa, omofobica e così a seguire ha indotto il supremo organo consultivo in materia di investigazioni e procedimenti penali a pubblicare una serie di documenti di natura politica e strategica in materia. Questo organismo, istituito nel 1986 e operante in Inghilterra e Galles con circa settemila specialisti ed esperti, ha redatto approfondimenti a supporto dei magistrati che devono assumere decisioni e gestire casi in ambito giudiziario, fornendo elementi di metodo e di valutazione.

Questo approccio sistematico alla problematica (che include l’assistenza alle vittime di questo fenomeno criminale) potrebbe essere di indirizzo, consentendo di rifuggire da inconcludenti invettive o da certi curiosi atteggiamenti che hanno invece ispirato il ministro della Giustizia Andrea Orlando nel rilasciare un’intervista pubblicata il 14 agosto sul Corriere della Sera. Leggendo quelle dichiarazioni si scopre che il responsabile del dicastero di via Arenula – anziché fornire formazione ai pubblici ministeri, metodi e tecniche per ottimizzare le indagini, supporto specialistico per la soluzione dei casi più eclatanti – teme l’ingolfamento della macchina giudiziaria e sogna la semplice cancellazione dei post offensivi dimenticando il mito dell’Idra di Lerna e della ricrescita di tre teste in luogo di quella decapitata.