“Spaventoso terremoto” così titolava un articolo del New York Times del 30 luglio 1883. “La cittadina di Casamicciola, presso Napoli, distrutta. Si parla di tremila vittime e molti più i feriti. L’isola d’Ischia è stata scossa terribilmente” erano i sottotitoli che il corrispondente da Londra aveva suggerito per il pezzo inviato in sede alla svelta. E nel testo scriveva che “l’epicentro è lo stesso dell’evento di due anni fa, ma il raggio assai più grande”. Oggi sappiamo che, sulla scala Richter, quel terremoto ebbe una magnitudo di 5,8 e le vittime furono più di duemilatrecento, poiché raggiunse l’undicesimo grado della scala Mercalli.

Questa scala fu introdotta a fine 800 dal sacerdote di origine napoletana, Giuseppe Mercalli, allievo del grande geologo lombardo Antonio Stoppani, anche in seguito all’esperienza maturata con l’evento di Casamicciola. Essa valuta l’intensità di un terremoto in base agli effetti che l’evento produce su persone, cose e manufatti: XI grado equivale a “catastrofico“, inferiore solo al XII (apocalittico). Cosa diversa dalla scala Richter, che gli studiosi devoti all’analisi quantitativa dei fenomeni – come chi scrive – ritengono a ragione più oggettiva e ricca di sapere, in quanto basata sulla misura di grandezze fisiche e su base logaritmica. La massima magnitudo Richter è circa 9,6: accadde nel 1960 a Valdivia in Cile. È un evento che sprigiona un’energia quasi diecimila volte superiore a quella di un terremoto di magnitudo 5,8 e più di centomila volte maggiore di quella sprigionata da un evento di magnitudo 4,2 (stima Usgs dell’evento del 21 agosto 2017). Ed è quindi evidente come la relazione tra le due scale sia modesta, se un evento con magnitudo 5,8 produsse 134 anni fa un evento di grado XI.

La propensione verso l’analisi quantitativa, a scapito di quella qualitativa, ci fa guardare con sufficienza alle valutazioni qualitative che, giocoforza, sono le più sensibili alla deriva della soggettività. La classificazione sismica del nostro territorio, perciò, è basata come giusto su dettagliate analisi quantitative, così come quella del rischio alluvionale è soprattutto centrata sulla valutazione dell’hazard, ossia della frequenza dell’evento critico, anziché sull’esposizione al rischio e la vulnerabilità del territorio. Poiché gli eventi sismici colpiscono anche territori a grave instabilità idrogeologica, dove disastri come frane e alluvioni non sono affatto episodi eccezionali, il rischio andrebbe anche valutato globalmente con criteri in grado di tenere conto dell’effetto domino, a livello locale, sull’esposto e il vulnerabile. L’isola d’Ischia appartiene a questo insieme.

Invecchiando apprezzo sempre più i meriti dell’analisi qualitativa, ancorché priva tuttora del bagaglio teorico e pratico di quella quantitativa, che ha comunque il merito di aver prodotto due secoli di progresso tecnologico. La scienza del XXI secolo, seguendo il suggerimento dei più acuti pensatori del XX secolo come Karl Popper ed Edgar Morin, dovrà rivedere la soverchia importanza che oggi assegniamo alla visione quantitativa del mondo (spesso indicizzata su valori monetari) e rivitalizzare l’approccio qualitativo che ha accompagnato lo sviluppo dell’umanità e della sua cultura fino dell’età contemporanea. Il terremoto ischitano, così come la catastrofe idrogeologica in Sierra Leone, subito scomparsa dalle cronache, ci invitano a non attendere oltre.

Sotto il profilo politico, i disastri naturali – come il terremoto di Casamicciola del 28 luglio 1883 – segnarono il faticoso inizio dell’Italia unitaria. Dapprima furono un formidabile pretesto per alimentare la lotta tra Stato liberale e Chiesa cattolica. Le tremende esondazioni del Tevere a Roma (dicembre 1870) e del Po nella bassa padana (1872, primavera e autunno) così come i terremoti in Lunigiana (1875), Umbria (1878) e Abruzzo meridionale (1881), diedero la stura a feroci accuse reciproche, quelle che la Chiesa lanciava contro lo Stato in virtù dell’eterno concetto di castigo divino; e che lo Stato unitario ribaltava sull’inetto potere temporale dello Stato pontificio e degli Staterelli preunitari.

Il Re d’Italia era andato a Roma di malavoglia dopo la terribile alluvione del dicembre 1870, all’indomani della breccia di Porta Pia. E neppure il suo diretto successore, che morì ammazzato dall’anarchico Bresci una domenica di luglio dell’anno santo 1900, amava fare la passerella sui disastri. Fece alcune eccezioni, come nel 1882 quando visitò Verona, sommersa dalle acque. Era giunto da Roma per rendersi conto della catastrofe e confortare i veronesi, così come fece con i superstiti del terremoto di Casamicciola e con i colerosi napoletani. Gli eventi campani del 1883, il terremoto di Casamicciola, e del 1884, il colera a Napoli, segnarono l’inizio del disgelo tra Stato e chiesa, impegnate assieme di fronte alle catastrofi, con una nuova attitudine che portò il nuovo papa, Leone XIII, ad auspicare la concordia tra Italia e Santa Sede senza mettere più in discussione l’unità del paese. E come racconta il giornalista del NYT nella sua corrispondenza del giorno successivo, 31 luglio 1883, la regina Margherita aveva subito stanziato centomila lire a favore dei terremotati di Casamicciola, e il Papa venticinquemila.