“La risposta dello Stato rispetto alla morte di due innocenti sarà durissima“. Sono le parole del ministro dell’Interno Marco Minniti al termine del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica a Foggia, convocato dopo la stage di mercoledì a San Marco in Lamis in cui è stato ucciso un presunto boss mafioso con altre tre persone. Una risposta che si articolerà in tre livelli di intervento: “Controllo del territorio, rafforzamento della capacità investigativa e uso delle moderne tecnologie”. Ma servirà anche “una rivolta morale dei cittadini della provincia di Foggia – ha spiegato Minniti – in cui i sindaci giocheranno un ruolo decisivo”. Tutto ciò insomma che sindaci, magistrati, investigatori e attivisti antimafia chiedevano da tempo, come aveva raccontato ilfattoquotidiano.it a marzo.

“Questa riunione serve a dimostrare che la partita che si gioca a Foggia è una partita di carattere nazionale“, ha detto il ministro in conferenza stampa dopo la riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica. “Abbiamo di fronte un’organizzazione criminale che ha le caratteristiche della mafia – ha continuato – Possiede una struttura chiusa tenuta insieme da principi di omertà. Non ci sono collaboratori di giustizia, in analogia per esempio con la ‘ndrangheta. Poi hanno anche una caratteristica ‘gangsteristica’”. Il ministro dell’Interno ha sottolineato anche l’importanza strategica della zona del Gargano, che “è di fronte all’Albania, da dove arriva la maggior parte del traffico di stupefacenti”.

“La lotta contro le mafie è una grande battaglia di civiltà“, ha continuato Minniti. “E naturalmente su questo fronte è molto importante coinvolgere l’opinione pubblica – ha aggiunto – avere cioè un partecipazione attiva della gente ed è per questo che io oggi ho voluto ascoltare i sindaci e i loro consigli. E a loro ho chiesto di essere parte attiva, perché serve una sorta di rivolta morale nelle popolazioni di questa Provincia”. 

Il ministro ha quindi annunciato i “tre grandi filoni di intervento”. “Il controllo del territorio è la prima risposta: 192 unità aggiuntive arriveranno in provincia di Foggia, la prima parte già stasera. Si tratta di uomini – ha spiegato – dei reparti prevenzione e anticrimine della polizia di stato, delle compagnie di intervento dei carabinieri, dei baschi verdi della Guardia della finanza. Il loro compito sarà saturare il territorio”. Poi “da un punto di vista strettamente investigativo, verranno trasferiti in Puglia reparti speciali delle Forze di polizia. In particolare, ci saranno investigatori dello Sco, del Ros e dello Scico che rafforzeranno, rispettivamente, i reparti della Polizia, dei carabinieri e della Guardia di Finanza”.

Infine, ha aggiunto Minniti, “vogliamo sperimentare in provincia di Foggia le tecnologie migliori che abbiamo a disposizione come la videosorveglianza, il sistema satellitare e i droni. Il meglio delle nuove tecnologie che ci sono sul mercato in questo momento. Mettiamo in campo un progetto organico strategico” ha spiegato. “Il Ministero dell’Interno considera questo quadrante strategico per la sicurezza del nostro Paese – ha concluso il ministro – L’obiettivo che ci siamo dati è che ogni due mesi ci riuniremo qui per fare il punto della situazione”. Con lui in conferenza stampa il governatore della Puglia, Michele Emiliano, il viceministro Filippo Bubbico, il capo della polizia Franco Gabrielli e il presidente dell’Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro.

“È quello che ci aspettavamo dal governo – ha commentato Decaro – quella contro la criminalità organizzata è una battaglia che si deve combattere uniti, tutti insieme per la propria parte: le istituzioni e i cittadini, quella stragrande maggioranza che non intende girare lo sguardo. Altrimenti non si vince”. “A nome di tutti i sindaci italiani – ha riferito il presidente Anci – ho detto agli amministratori, da Michele Merla a tutti gli altri primi cittadini, che ci uniamo alla loro richiesta urgente che lo Stato sia più presente su questo territorio attraversato da fenomeni mafiosi che non possono essere ancora sottovalutati”. “Serve la presenza di tutti”, ha concluso.

“Abbiamo bisogno che lo Stato ci sia vicino”, ha dichiarato il sindaco di San Marco in Lamis, Michele Merla.  “Spero – ha aggiunto il primo cittadino – che le nostre preoccupazioni siano ascoltate dal ministro Minniti perché ci troviamo in un territorio importante, dov’è venerato un santo come Padre Pio. Se non ci ascoltano sarebbe grave per uno Stato moderno come quello italiano. Noi ci aspettiamo, perciò, più forze dell’ordine e più forze in grado di poter investigare perché è proprio questo che manca sul Gargano”.

Prima delle parole del ministro dell’Interno c’erano state quelle del procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti: “La criminalità pugliese e in particolare questa efferatissima forma di criminalità foggiana, è stata considerata troppo a lungo una mafia di serie B“, ha detto intervenendo nella trasmissione 6 su Radio 1. Il magistrato ha poi spiegato che le faide tra clan nel Foggiano vanno avanti da 30 anni e “ci sono stati 300 omicidi, l’80% di questi è rimasto impunito”. Una “sottovalutazione della mafia” denunciata anche al fattoquotidiano.it dalla vice presidente nazionale di Libera, Daniela Marcone.

Infatti, prima della strage di mercoledì, la “risposta” dello Stato ai 28 clan (con 900 affiliati) che tengono sotto scacco una delle province con il più alto tasso di reati in proporzione alla popolazione residente era stata una Procura della Repubblica sotto organico, una sede della Direzione distrettuale antimafia troppo lontana e reparti investigativi in sofferenza. A Foggia ci sono 18 sostituti procuratori e due aggiunti, nonostante dovrebbero essere in 22. Ai numeri striminziti della Procura si unisce un problema legato ai reparti investigativi, costretti a operare in un contesto difficile sia a livello territoriale che di numeri.

L’esecuzione in pieno giorno di mercoledì mattina, vicino alla stazione di San Marco in Lamis, è stata portata a termine da un commando che ha ucciso quattro persone. Due le vittime designate: Mario Luciano Romito, figura di spicco dell’omonimo clan di Manfredonia scarcerato solo 6 giorni fa e suo cognato. Mentre gli altri due assassinati sono dei contadini incensurati, i fratelli Luigi e Aurelio Luciani, probabilmente testimoni involontari dell’agguato. La prima domanda alla quale dovranno rispondere gli investigatori è cosa ci facesse Romito, sei giorni dopo la scarcerazione, a quasi 50 chilometri da casa. Sono tre le piste dell’indagine in corso: business della droga, vecchie faide e lontane parentele.