Alla luce del magistero di Papa Francesco viene definito un documento profetico. Ma quando, nell’Epifania del 2008, l’allora cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, recentemente scomparso, lo scrisse fu oggetto di numerosi attacchi, dentro e fuori la Chiesa cattolica. La sua lettera pastorale agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione è significativa già dal titolo: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”.

Nessuno in quel momento avrebbe potuto immaginare che proprio il tema della famiglia sarebbe stato posto da Bergoglio al centro della riflessione di due Sinodi dei vescovi e da essi sarebbero sfociate le aperture ai divorziati risposati. Aperture innegabili che sono ancora oggetto, però, di durissime critiche da parte di alcuni cardinali.

Francesco volle che Tettamanzi partecipasse alla seconda assemblea sinodale, quella del 2015. Le conclusioni di quel lungo dibattito durato due anni sono poi confluite nell’esortazione apostolica del Papa, Amoris laetitia. Un documento che, proprio come la lettera pastorale del porporato ambrosiano indirizzata ai divorziati, tende la mano a coloro che nella Chiesa erano considerati “irregolari” e “scomunicati”.

Tettamanzi lo chiarisce subito: “La Chiesa non vi ha dimenticati! Tanto meno vi rifiuta o vi considera indegni”. Ma il porporato si spinge molto più avanti: “Anche la Chiesa sa che in certi casi non solo è lecito, ma può essere addirittura inevitabile prendere la decisione di una separazione: per difendere la dignità delle persone, per evitare traumi più profondi, per custodire la grandezza del matrimonio, che non può trasformarsi in un’insostenibile trafila di reciproche asprezze”.

Da qui le domande centrali della lettera pastorale: “Che spazio c’è, nella Chiesa, per sposi che vivono la separazione, il divorzio, una nuova unione? È vero che la Chiesa li esclude per sempre dalla sua vita? Anche se l’insegnamento del Papa e dei vescovi in questo ambito è chiaro ed è stato riproposto molte volte, ancora capita di sentire questo giudizio: ‘La Chiesa ha scomunicato i divorziati! La Chiesa mette alla porta gli sposi che sono separati!’. Questo giudizio è tanto radicato che spesso gli stessi sposi in crisi si allontanano dalla vita della comunità cristiana, per timore di essere rifiutati o comunque giudicati”.

Parole che fanno eco al mea culpa che Francesco ha fatto otto anni dopo: “Abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario”.

Per il Papa, infatti, “per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme. Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita”.

Sempre secondo Bergoglio “stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle”. Ed è indubbio che l’opera di Tettamanzi sia andata proprio nella direzione oggi indicata da Francesco. Un episcopato ambrosiano di soli nove anni, ma che ha lasciato il segno con aperture storiche e profetiche.

La lettera di Tettamanzi ai divorziati è sicuramente tra i documenti più importanti del suo magistero a Milano, ma è anche indice di un sana attenzione pastorale all’interno della Chiesa cattolica già prima dell’arrivo di Bergoglio. Quell’attenzione che, alla luce della misericordia, Francesco da oltre quattro anni ha incarnato e che è largamente condivisa all’interno dell’istituzione ecclesiale da pastori sintonizzati con la realtà. Proprio come Tettamanzi, un teologo morale di primo piano, che nel suo ministero pastorale si è fatto compagno di un’umanità ferita abbattendo i secolari muri delle scomuniche.