di Riccardo Cristiano*

Che cos’ha da dire alle nostre odierne società padre Paolo Dall’Oglio, espulso dalla Siria di Assad nel 2012 e sequestrato esattamente quattro anni fa a Raqqa, probabilmente dall’Isis? Uno dei suoi messaggi più vivi e attuali riguarda il dialogo, con il quale sapeva parlare degli esclusi, che ci aiuterebbe ad apprezzare l’armonia invece dell’odio.

La lettura della Sacra Scrittura, ha sottolineato più volte padre Paolo, spinge la Chiesa all’autoidentificazione con il popolo eletto, si riconosce in Sara, in Giacobbe. Questa lettura a suo modo di vedere fa perdere parte del pathos del testo, del dramma morale. In un cruciale testo del 2007, apparso sul web magazine dei gesuiti, Popoli, Dall’Oglio scriveva: “Uno dei testi che più drammaticamente rappresenta questo discorso è la vicenda di Abramo e di Ismaele, il figlio che egli aveva avuto con Agar, la serva di Sara (cfr. Gen 21, 8-21). E’ il dramma in cui Abramo deve sacrificare il suo primogenito.

Secondo i musulmani, il Corano sembra dire che il sacrificato è proprio Ismaele. Intendiamoci, non c’è uno sgozzamento di Ismaele, ma c’è un’obbedienza penosa, sofferta, di Abramo alle gelosie di Sara. Su indicazione di Dio, Abramo scaccia Ismaele e sua madre Agar. Così, quando Dio chiede ad Abramo di offrire il figlio Isacco, in realtà Abramo ha già offerto Ismaele. Ismaele è il primogenito. Se imparassimo a leggere il mistero della Chiesa nell’esclusione e non solo nell’elezione, allora le cose si illuminerebbero con altra luce. Abramo obbedisce alla logica dell’elezione e caccia la sua serva. Ma nella logica evangelica è proprio l’escluso che diventa l’eletto”.

Il discorso si fa seducente e i simboli raccontati con cura da padre Paolo parlano davvero: Abramo dà ad Agar pane ed acqua, segni sacramentali. Ismaele buttato sotto un arbusto del deserto ricorda a Dall’Oglio la croce, Agar nascosta dietro il suo velo di sofferenza, carica del figlio, gli ricorda Maria sotto la Croce, le prime lacrime della Bibbia sono le lacrime di Agar, lacrime materne. Poi nel deserto sgorga salvifica l’acqua (come si ricorda ancora oggi nel pellegrinaggio) e questo per padre Paolo ricorda il grido di Gesù: “ho sete”.

“Si individua così un’interpretazione di questo episodio dell’Antico Testamento che, pur riconoscendo i segni dell’elezione, tuttavia si fa carico dell’esclusione” e questo a suo avviso dà valore cristologico ed ecclesiologico al grido degli esclusi, alle volte terrificante, “ma pertinente la storia della salvezza”.

L’ermeneutica del testo sacro di padre Paolo Dall’Oglio non divide, ma unisce: unisce i figli dell’unico di Dio e gli esclusi, le vittime di quella cultura dello scarto di cui parla da anni papa Francesco. La teologia dei poveri che Bergoglio va elaborando da quando è divenuto vescovo di Roma, e che vede nella carne dei poveri la carne di Cristo, trova in questa rivendicazione di centralità evangelica degli esclusi un fortissimo moltiplicatore sociale: gli esclusi si vedono nelle nostre periferie, nella democrazia divenuta formalismo per pochi, nelle periferie globali, nei continenti dello sfruttamento delle risorse del suolo e del sottosuolo, nelle terre devastate dalle guerre, sui barconi della morte nel Mediterraneo.

E’ un dialogo di fede, un dialogo religioso, davanti alle ferite di ogni società, europea, asiatica, africana, americana, mediorientale. E vede gli esclusi in Siria come in Italia. Per farlo ovviamente cancella “appartenenze” manichee, quelle che nell’odierna società occidentale portano alla cultura dello scarto, alla non accoglienza, al rifiuto della cittadinanza per i bambini nati qui, che danno lavoro a migliaia di insegnanti di qui, che tengono aperte tante scuole di qui, ma i cui genitori pur essendo qui non sono “di qui”.

Questo quarto anniversario del sequestro di padre Paolo Dall’Oglio ci dice quanto attuale e addirittura proiettato nel nostro odierno presente e nel nostro domani fosse il suo discorso di radicalità evangelica. Avevamo difficoltà a capirlo allora, oggi diventa un urlo, soprattutto alle società europee in crisi e a quelle delle altre culture monoteiste, invitandole a riscoprire le proprie radici comuni, nel nome di una speranza che viene dal vivere insieme e non dall’odio.

Che regimi radicati sulla barbarie abbiano inteso scacciarlo, abbiano voluto metterlo a tacere, non sorprende. Spetta a noi ricordargli che si può sequestrare un uomo, non le sue idee.

* Giornalista