Sto correndo in mezzo alla folla. Corro dietro al carro, quello costruito per la Festa della Bruna, che tra poco sarà fatto a pezzi. Accanto a me, ci sono ali di spettatori, dietro le transenne. Appena davanti, i cavalli e i cavalieri, addobbati per la processione. E poi, subito dietro, gli uomini con le funi che dividono il gruppetto di testa dalla gente che spinge. È il 2 luglio, è quasi mezzanotte e Matera che vive la festa della sua santa patrona sembra un concentrato di emozione, tutto teso verso un unico obiettivo: assistere alla presa del carro, partecipare a quella via di mezzo tra rito tribale e evento religioso, che ha il suo culmine con l’assalto finale, quando ci sarà la gara a dividersi le sue spoglie.

Passato arcaico e futuro prossimo che vede la città Capitale europea della cultura 2019 sembrano fondersi nel momento supremo, che si ripete ogni anno. “Lo sfascio” è autorizzato, l’attacco è catartico. Le luminarie sono accese, la gente applaude, incita. Non c’è un unico balcone che non sia pieno. Poi, è il trionfo degli smartphone: video, foto. Selfie. È un attimo alzare la testa e vedere file e file di persone che si auto-salutano.

Io sto correndo da quando nel piazzale del Duomo è finito il triplo giro della Madonna, portata dal carro. Il penultimo atto di una festa che inizia all’alba con la processione dei pastori tra i Sassi e continua per tutto il pomeriggio con la sfilata tra le vie della città. Finito il triplo giro, sono scesa con il gruppetto di testa verso piazza Vittorio Veneto, la piazza centrale dove avviene la “presa”. Mi sono fatta trasportare dall’entusiasmo. Posso stare al centro dell’evento, come rinunciare?

Poi, quando ormai ci siamo quasi, mentre la folla spinge sempre di più, un pensiero: “Ma dove sto correndo? Che devo fare adesso? Cioè, veramente, sono pronta a lanciarmi sul carro per cercare di prendermi un frammento prezioso da esibire negli anni?”. Sempre se ci arrivo e non cado prima, ovviamente. Mi guardo intorno. Mi immagino la scena. Io che salto, e qualche ventenne che non capisce perché non sono abbastanza veloce a staccare l’ala di un angelo e quindi mi passa direttamente sopra.

Pure quasi a ragione. In fondo, è l’incredibile senso di questo momento: rendere lecito questo tipo di competizione. “Che faccio, lascio perdere? Rinuncio? Ma com’è possibile? Tutti quelli dietro alle transenne vorrebbero stare al mio posto”. Bene, io forse no. Con la coda dell’occhio individuo un varco e una strada laterale. La prendo. Corro verso la piazza per vedere almeno da vicino. Sbircio momenti dell’azione finale attraverso le telecamere degli smartphone, tenuti il più in alto possibile, che la riprendono. Intercetto ragazzi esultanti con pezzi di carro sotto il braccio. L’adrenalina e la tensione collettiva si sciolgono. Va bene così. Sono orgogliosa di averci anche solo pensato. È proprio la Festa.