Reboot, reboot, reboot. È il mantra della Hollywood contemporanea. Far rinascere mille volte lo stesso personaggio. Riscriverlo, sconvolgerlo, impoverirlo o magari arricchirlo. Stavolta tocca allo storico “uomo ragno”: di nuovo in sala con Spider-Man: Homecoming. Dopo la trilogia di Sam Raimi e la doppietta di Marc Webb, sembrava non ci fosse più nulla da aggiungere, o rispiegare. Invece grazie all’accordo produttivo/creativo Sony/Marvel, Peter Parker ritorna più giovane, praticamente adolescente, con un film tutto suo, dopo averlo visto subentrare e darsi da fare tra i componenti dell’equipe di supereroi Marvel in Captain America: A civil war.

Rispetto a Tobey Maguire e ad Andrew Garfield, Tom Holland sembra un infante con ciuccio e ragnatela. Ciò nonostante l’esteriorizzazione adolescenziale del protagonista oltre ad essere una chiara manovra di marketing under 18, risulta anche una discreta e baldanzosa scelta narrativa che fa piombare Parker &Co, in un film giovanilistico, tutto scuola, gare di matematica, nerd e compagnucci, come del resto traduzione “homecoming” vuole. Davvero, questa infantilizzazione, questo stupore fanciullesco di fronte ai superpoteri, posiziona il film diretto e co-sceneggiato da Jon Watts, in una dimensione ludica e quasi farsesca, incastrata nel filone degli school movies. “Fico”, “wow”, “super” sono le esclamazioni che Peter e il fido compagno geek Ned (spassosissimo Jacob Badalon) sparano in continuazione ogni volta che trovano nuove istruzioni e funzioni del costumino rosso e blu; come del resto lo stesso identico stupore dei protagonisti adolescenti (ricordiamo che Holland ha 21 anni ma ne dimostra ampiamente 16 o 17) prorompe di fronte alla scoperta dei superpoteri del nemico di turno, un Vulture (Michael Keaton) di cui riparliamo tra un attimo. Per questo il lato comico che innerva il film dall’inizio alla fine vale ben di più della coreografia dell’azione che, peraltro, eccelle dimenticando la verticalità dei movimenti tipici di Spider Man tra i grattacieli newyorchesi per riformarsi indecisa e titubante (Peter ha come le vertigini ed è insicuro della tenuta della ragnatela o della sua effettiva forza) in almeno un paio di numeri “aerei” tra cui la scalata e il salvataggio dei compagni di scuola nell’ascensore dell’obelisco di Washington.

Spider-Man Homecoming risulta quindi godibilissimo solo se si coglie la variante radicale del reboot di Watts: una lampante cancellazione della tradizionale leggenda che fece nascere Peter Parker e le sue “responsabilità” sociali dovute al costumino da Uomo Ragno. Qui, la scoperta delle nuove potenzialità è un gioco saltellante e vivace, perfino citazionista (il possibile bacio sospeso alla compagna afroamericana au contraire rispetto al Maguire/Dunst targato Raimi), spiritoso nella pratica d’ufficio degli Avengers che con Tony Stark/Iron Man (Robert Downey jr.) seguono passo passo la crescita del ragazzo. Appunto, la crescita e la consapevolezza di Peter rispetto alle doti della tutina da uomo ragno incrociano la sua volontà di strafare, anche senza mai presunzione o egocentrismo ma semplicemente spinto dall’entusiasmo adolescenziale, e i piani criminali dell’Avvoltoio, un eccellente Keaton che rinnega i principi etici di Birdman e diventa l’eroe uccellaccio cattivo che ha a sua volta assunto superpoteri sgomberando un’area urbana piena di detriti radioattivi e alieni. Insomma, se il buongiorno si vede dal mattino, questa ri-partenza di Spider Man promette almeno di non annoiarsi. Segnatevi, per ultimo, anzi per prima, la gag della vocina computerizzata femminile che dà istruzioni sotto la maschera a Spider Man, che sembra caduta da Her di Spike Jonze.