In Lombardia ha abbandonato 14 Comuni su 27 che erano andati al ballottaggio. In Toscana ha vinto solo una sfida su 3, tra l’altro per il rotto della cuffia, 361 voti, a Lucca. In Emilia Romagna ha totalizzato zero su 5 al secondo turno. In Abruzzo ha lasciato 4 Comuni su 4 al centrodestra. Nel Lazio ha ceduto 5 amministrazioni su 10. Perfino Todi, cuore del cuore rosso, la città della presidente dell’Umbria Catiuscia Marini, ha svoltato a destra. Basta, dunque, al segretario Matteo Renzi dire che il Pd (da solo o in coalizione) ha vinto la partita della amministrative con il risultato finale di 67 a 59? E’ davvero tutta limitabile all’effetto Parma (poi diventato effetto Torino, cioè “tutti contro la sinistra”) la serie di sconfitte al ballottaggio che ha fatto perdere ai democratici 39 Comuni che governavano fino a domenica? Esagerano i giornali a parlare di disfatta o esagera Renzi a parlare di “macchia di leopardo“? E’ vero che Padova, Lecce e altri 4 Comuni strappati tra Veneto e Puglia al centrodestra riequilibrano l’arretramento progressivo in Piemonte, in Lombardia e soprattutto nelle cosiddette Regioni rosse?

Il dato generale, dice YouTrend e ribadisce Renzi, è che sui 160 Comuni superiori ai 15mila abitanti, 67 sono andati al centrosinistra con un calo di 14. La tendenza opposta è quella del centrodestra che aveva 41 Comuni e ora ne ha 59. Tra i 111 ballottaggi di domenica, tuttavia, in 39 casi il Pd (solo o in coalizione) ha perso il Comune che amministrava a beneficio in particolare del centrodestra, ma anche di M5s e liste civiche (vere e non finte). Il centrodestra, invece, ha subito il ribaltone solo 15 volte. Un fenomeno che si verifica, spiegano da YouTrend, anche perché il candidato che parte in vantaggio al ballottaggio riesce a mobilitare più facilmente il proprio elettorato del primo turno. E’ più difficile invece per chi rincorre. Così Federico Pizzarotti a Parma, Federico Sboarina a Verona e Marco Bucci a Genova sono andati a vela amministrando o incrementando con i voti in libertà: a Pizzarotti, per esempio, sono andati un po’ di voti del centrodestra, come dice l’istituto Cattaneo, Sboarina ha tenuto i suoi ma la sua rivale tosiana Patrizia Bisinella non ha raccolto il patrimonio del Pd al primo turno (nonostante gli appelli espliciti del Nazareno), mentre Bucci è stato aiutato da una quota di elettori grillini e dal fatto che Crivello ha preso pochi voti in più. Tutto questo si tiene col fatto che i candidati del Pd e del centrosinistra sono partiti in svantaggio ai ballottaggi (è successo in 15 capoluoghi su 25). Per giunta la forza che aveva sempre contraddistinto il centrosinistra è la “militanza“, il senso d’appartenenza, la disponibilità alla mobilitazione. Se l’affluenza cala fino a crollare sotto al 50 per cento, è facile che a pagarne siano anche il Pd e i suoi alleati che non riescono a tenersi vicini i propri elettori. E’ successo, per esempio, a Pistoia che forse è la radiografia dello stato di salute del Pd: nella città toscana il Pci-Pds-Pd amministrava dal 1946.

Il “miracolo” di ribaltare la situazione è riuscito solo a Sergio Giordani a Padova e a Carlo Maria Salvemini a Lecce che però non possono essere catalogabili come “successo del Pd”. Entrambi hanno dovuto fare apparentamenti con altri candidati, più o meno forti, esclusi dopo il primo turno: Giordani nella città veneta con Arturo Lorenzoni (area sinistra civica “alla Pisapia”), Salvemini con il centrista Alessandro Delli Noci nella capitale del Salento. Questo a riprova che non è sempre vero che la coalizione è sinonimo di vittoria, ma non è sempre vero nemmeno che la coalizione è perdente. Piuttosto c’entrano candidati credibili e progetti convincenti, come ha insegnato nelle ultime tornate elettorali proprio il centrodestra (da Venezia nel 2015 a Savona nel 2016 fino a Genova nel 2017).

Piuttosto quello che dicono i numeri è che il male del Pd parte da lontano, non è un incidente di percorso qua e là. Calcola sempre YouTrend che in tre anni sono andati al voto i cittadini di 69 capoluoghi, un po’ meno di due terzi del totale. E su questa base, tra il 2015 e il 2017, il centrosinistra ha perso 25 città, passando da 46 a 21, mentre il centrodestra ha raddoppiato da 16 a 32. Come sempre rimane insondabile il M5s che alle amministrative parte e arriva spesso con l’handicap, specie se non arriva al ballottaggio (dov’è avvantaggiato dai “nemici dei suoi nemici”: Livorno, Parma, Torino). Dopo tre anni e mezzo di segreteria di Renzi e a tre anni dal luccicante trionfo delle Europee, il Pd ha perso tra le altre Matera, Nuoro, Livorno, Arezzo, Venezia, Torino, Roma, Trieste, Novara, Carbonia, Savona, Grosseto, Alessandria, Asti, Como, Genova, La Spezia, Pistoia, L’Aquila, Piacenza, Rieti, Lodi, Monza, Oristano.

Le macchie di leopardo che cita Renzi sono nere e sono ovunque. Solo in Campania e in Calabria il Pd sembra reggere ancora, ma per il resto i segnali arrivano da tutte le Regioni, dal Piemonte che a est di Torino è ormai tornato al leghismo (Alessandria, Asti, Novara in due anni) alla Sardegna e alla Sicilia, dove la riconferma di Leoluca Orlando (candidato peraltro non proprio renziano) resta un caso isolato.

La Lombardia portava al voto il numero più alto di Comuni (139). Trenta di questi erano cittadine da oltre 15mila abitanti e 27 sono andati al ballottaggio. In questi 27 casi è successo che in 14 casi il centrosinistra ha dovuto lasciare l’amministrazione che stava guidando. Una serie di croci che, nella Regione in cui il Pd è rappresentato dal vicesegretario nazionale Maurizio Martina e dal responsabile organizzazione del partito Lorenzo Guerini, passano da capoluoghi come Como, Lodi e Monza a zone dove il leghismo sta riprendendo le penne (il Varesotto e il Mantovano) fino a luoghi storici e simbolici come Sesto San Giovanni. In un caso, a Melzo, il Pd è stato punito perfino contro una lista di sinistra-sinistra. Tanti dei Comuni persi – è l’obiezione corretta – erano stati conquistati nel 2012 in una tornata elettorale forse irripetibile, ma ora la risacca riconsegna tutto il bottino al centrodestra. Il Pd fa il suo, forse, ma di certo la marcia renziana per conquistare pezzi di elettorato moderato di centrodestra deve aspettare ancora un po’.

Poi ci sono le Regioni cosiddette rosse nelle quali il Pd si riscopre più fragile, dalla Pistoia di Vauro alla Piacenza di Bersani, da Budrio (alle porte di Bologna) che è passata a una civica vera in “quota Pizzarotti” fino a Fabriano, la capitale industriale delle Marche, democristiana e conservatrice, che ha scelto un sindaco Cinquestelle e non uno del Pd. In Toscana 4 città su 10 non sono più amministrate dal centrosinistra, un record: Arezzo, Grosseto, Pistoia dal centrodestra, Livorno dal M5s. A queste si possono aggiungere storie come quelle di Carrara, altre simboliche come Abetone (sulla montagna pistoiese) amministrata dai Fratelli d’Italia e altre ancora del 2016 quando la Lega Nord vinse a Cascina, in provincia di Pisa, e Forza Italia sbancò nell’Aretino, per esempio a Montevarchi (area Boschi). In Liguria 3 capoluoghi su 4 sono a guida centrodestra. In Emilia continua l’avanzata della Lega che fa dire a Salvini che il Carroccio esiste anche sotto al Po: in due anni il centrosinistra ha perso Budrio e Vignola quest’anno, ma anche Cento, Finale Emilia, Pavullo nel Frignano, San Giovanni in Persiceto, Cattolica. Nelle Marche aveva già salutato San Benedetto del Tronto e ora tocca anche a Civitanova. E qui si possono inserire anche le 5 città del Lazio: Fonte Nuova e Ladispoli cedute ai Fratelli d’Italia, Rieti e Tarquinia al centrodestra, Frascati (dove il Pd candidava l’uomo Coni Lello Pagnozzi) a una civica. Può apparire eccessivo fare questo elenco, ma si tratta di centri popolosi dai quali per decenni la sinistra ha raccolto voti e classe dirigente e che invece ora sembrano sempre meno convinti e sempre meno “affezionati”.

Ci sono infine Veneto e Puglia che – dice Renzi – hanno dato le maggiori soddisfazioni al Pd. In Veneto il centrosinistra ha vinto in 4 ballottaggi su 10 (oltre a Padova, ha strappato Abano Terme a una civica, Mira ai grillini e Mirano che era già sua). Si può arrivare con un po’ di generosità a 5 se si aggiunge il sindaco Jacopo Massaro, che è di centrosinistra, ha ottenuto certificazioni di stima da Renzi, ma anche questa volta ha corso contro un candidato del Pd (escluso dal secondo turno). In Puglia ci sono Lecce e Taranto, certo. Ma negli altri casi il Pd – con alleanze a geometria variabile – ha riconfermato varie amministrazioni (come Martina Franca e Molfetta), ma intanto ne ha perse 7: Canosa, Mottola e Santeramo finiti al M5s, Palagiano e Galatina dove ha vinto una civica, Tricase e Giovinazzo andati al centrodestra. Nel dubbio, insomma, il leopardo servirà smacchiarlo.