La povertà riduce le aspettative di vita e dovrebbe essere considerata un importante fattore di rischio per la salute, sia nelle politiche sanitarie nazionali che globali”, scrivevano alcuni mesi fa, sulla prestigiosa rivista The Lancet, alcuni studiosi che avevano effettuato uno studio pionieristico, basato su informazioni provenienti da 1,7 milioni di persone.

Lo studio, che ha utilizzato dati provenienti da Regno Unito, Francia, Svizzera, Portogallo, Italia, Stati Uniti e Australia, è stato il primo a confrontare la povertà con altri fattori di rischio per la salute, come l’inattività fisica, il fumo, il diabete, la pressione sanguigna, l’obesità e l’elevata assunzione di alcol, al fine di verificarne l’impatto reale. L’esito è stato significativo: la condizione di povertà risulta uno dei primi fattori di rischio per la salute umana, ovvero uno dei fattori che produce il numero più alto di malattie e morti precoci.

Attenzione, però, perché qui non si sta parlando della condizione di povertà estrema, che sappiamo esistere in certi paesi dell’Africa o dell’Asia. Il riferimento, invece, è ai livelli di povertà che esistono nei paesi occidentali. Dunque, la vicenda ci riguarda da vicino.

Alcuni dati chiariscono meglio i concetti: rispetto ai ricchi, il 46% dei poveri in Occidente muore prima di compiere 85 anni. Lo studio ha inoltre stimato che il 41% degli uomini e il 27% delle donne con uno status socio-economico basso ha una più ridotta aspettativa di vita (2,1 anni) rispetto alle persone benestanti.

“Dato l’enorme impatto della condizione socio-economica sulla salute, è fondamentale che i governi lo accettino come un fattore di rischio principale e smettano di escluderlo dalla politica sanitaria”, ha affermato l’autrice principale dell’articolo pubblicato da The Lancet, la dottoressa Silvia Stringhini dell’Università di Losanna.

Se si accetta questa prospettiva sulla salute, allora appare chiaro che, in genere, le responsabilità sulle condizioni della salute individuale non possono essere considerate soltanto individuali. Contano le condizioni socio-economiche (che non sono di certo i singoli a determinarli, al netto di ogni chiacchiera sul merito), così come contano le politiche pubbliche, sia economiche che sanitarie. Nell’era neoliberista, che ha visto, in Italia come nel resto del mondo, lo smantellamento dei servizi sanitari pubblici, nel nome della privatizzazione e del profitto, si è registrato un peggioramento della salute degli individui, i quali, in tempi di crisi, – per mancanza di risorse economiche, ma anche per sfiducia nel futuro – finiscono per trascurare sia la propria salute che quella dei figli.

Da questo punto di vista, il dibattito sui vaccini e sul decreto governativo che li rende obbligatori appare alquanto falsato. Prima di attribuire la causa del basso livello di vaccinazione a fattori culturali, ideologici o addirittura politici, occorre conoscere in quali zone del paese esso risulta maggiormente diffuso e, soprattutto, occorre sapere quali sono le condizioni socio-economiche e occupazionali delle famiglie dei bambini non vaccinati. Insomma, prima di stabilire che è colpa di una determinata forza politica, o delle upper class con tendenze bio, oppure dei creduloni che credono a qualsiasi cosa si scriva sui social media, bisogna conoscere i dati reali.

Quelli più accurati in circolazione risalgono al 2015 e sono stati pubblicati su Wired circa un mese fa. Nell’articolo si legge: “La situazione peggiore la troviamo nell’Asl di Caserta. Qui si registra il valore più basso di copertura per la meningite di tipo C, appena lo 0,17% nel distretto 20, zona di Casal di Principe. Nella città della Reggia e negli altri comuni del distretto 12, invece, si segnalano per la copertura peggiore per lo pneumococco (31,17%). Mentre in Molise, nel distretto di Agnone (Isernia) si registra il dato più basso per morbillo, parotite e rosolia (46,15%)”.

Si tratta di territori che conoscono altissime percentuali di disoccupazione e livelli di povertà. È ragionevole pensare, anche sulla base della ricerca sopra riportata, che questi elementi incidano sul livello di salute in generale, compresa la vaccinazione della popolazione. Caserta, del resto, non brilla neanche per i livelli di copertura sanitaria in generale, non soltanto per la mancata vaccinazione.

Se così è, allora il dibattito pubblico sui vaccini e il decreto d’urgenza che li rende obbligatori, tendono a cancellare le responsabilità pubbliche, cioè dello Stato e del sistema socio-economico, per attribuirle interamente all’individuo: al singolo padre o alla singola madre (che magari, chissà, poi scopriamo essere poveri o disoccupati), che sono considerati avulsi dal contesto socio-economico.

Quante e quali sono allora le responsabilità dei governi e delle Asl territoriali nell’epidemia di morbillo denunciata? La mancata vaccinazione è tutta colpa dei genitori?

Per capirlo davvero servono i dati reali e dettagliati, non le dichiarazioni dei ministri o dei politici.