Sui risultati oggettivamente scandalosi del concorso per la prima fascia d’insegnamento universitario tenuto recentemente all’Università di Pisa e che hanno sancito la bocciatura di uno studioso e artista della levatura di Gabriele Frascaapparentemente non ci sarebbe molto di più da dire rispetto a quanto hanno già riportato i quotidiani, prima Repubblica di Salerno e poi il Fatto quotidiano del 3 giugno. Troppo sterminato è il curriculum scientifico di Frasca (italianista, comparatista, studioso e traduttore di Beckett e Dick, mass-mediologo, autore di alcuni dei più importanti studi a livello europeo sul rapporto tra oralità e scrittura, già Presidente della Fondazione Premio Napoli), troppo evidente a chiunque si occupi di letteratura contemporanea quanto importante sia la sua ricerca nei campi più avanzati del linguaggio.

Solo chi ignora le più recenti acquisizioni artistiche e le analisi e teorie critiche e antropologiche che le accompagnano può definire, come fa la Commissione, “compilativi” i suoi volumi. Così non ha fatto la prestigiosa commissione internazionale che gli ha assegnato il prestigioso Edinburgh Gadda Prize, precisamente per quel libro giudicato “compilativo” a Salerno, troppo tristemente normale è nella nostra Accademia la camarilla feudale che sempre presiede a ogni nomina o promozione, magari con il condimento di qualche parentopoli, che non manca, a quanto pare, neanche in questo caso, per meritare ulteriori sottolineature, né pleonastici stupori. Non a caso si è già levata l’indignata protesta di intellettuali del calibro di Alberto Abruzzese, Corrado Bologna, Giulio Ferroni, Roberto Antonelli.

Né chi segue questo blog potrà stupirsi della mia rabbia, visto che anche altre volte ho dato spazio all’opera scientifica e artistica del poeta napoletano. Ma ci sono due aspetti della questione su cui ritengo utile spendere comunque qualche parola. La prima riguarda una delle motivazioni addotte per bocciare Frasca e cioè che i suoi studi hanno mostrato interesse verso “forme e fenomeni letterari che stentano a imporsi nel panorama italiano“. Frasca si ostina, insomma, a studiare autori che non sono nel corrente mainstream, non è abbastanza pop, non si adegua ai gusti del “pubblico”, che peraltro è anche un pubblico accademico, visto cosa e su chi oggi si pubblica e si studia in Italia. Come dire, ma qui si parla d’università e non di un canale televisivo: ciò che lui preferisce non è quello che l’audience ci chiede. Incredibile, ma tristemente vero.

Il problema non è solo quello che, per sfortuna di Frasca, due dei suoi autori preferiti siano irlandesi (Beckett, Joyce, anche questo viene sottolineato nei giudizi negativi per argomentare la limitatezza della sua ricerca), ma proprio ed esplicitamente di essere uno dei pochi studiosi italiani a dare attenzione a quanto di nuovo accade nella poesia e nell’arte italiana, invece di attenersi agli ordini di scuderia per i quali l’unica novità degna di nota ha da essere “epigonica”. Frasca si ostina a studiare i poeti sbagliati, quelli che danno fastidio all’Accademia, anche perché l’Accademia, arretrata e impreparata com’è, su quelli non saprebbe che dire. Anzi, l’esistenza stessa di codesti “fenomeni letterari che stentano a imporsi nel panorama italiano” sta lì a dimostrare quanto tristemente, inutilmente epigonica sia l’accademia che sa studiare solo epigoni.

Ma non solo: c’è qualcosa di cui nessuno parla e che non ha alcun rilievo nell’aspetto “formale e burocratico” di tutto questo “pasticciaccio”. E su cui io invece due parole le spenderò volentieri. Mi riferisco al fatto che Gabriele Frasca è un poeta: un poeta importante, decisivo, ampiamente riconosciuto, tanto in Italia che nel resto del mondo. Ha pubblicato raccolte splendide, è un performer di razza, uno scout il cui fiuto ha fatto scoprire molte delle individualità più interessanti del panorama contemporaneo, una voce autorevole per moltissimi, al di là di ogni schieramento di poetica.

Ma questo in Italia non vale. Il fatto che tu sia un poeta vivo, qualcuno che mette le mani ogni giorno nella pasta ribollente della lingua e della poesia, qualcuno che di quell’arte ha fatto il suo destino, non conta nulla. Non fa punteggio. Anzi, talvolta genera sospetto. Contano, nei casi più fortunati, solo i titoli accademici. Né c’è traccia di qualsiasi spazio per cattedre di quella che all’estero viene chiamata “scrittura creativa”, né per quei “poeti in residenza” che pure popolano le aule di centinaia di università europee e americane.

Perché l’Accademia italiana (e di conseguenza, ahimè, anche gran parte della piccolissima, minima fetta d’italiani che s’interessa di poesia) ama solo i poeti morti, al limite quelli zombie; verrebbe da dire perché così può essere certa che l’oggetto del suo studio non potrà mai mettere in discussione la mediocre filologia e la pessima ermeneutica che viene applicata al suo corpus artistico-letterario. I poeti vivi è meglio lasciarli perdere: di accademico non hanno nulla, nemmeno se fossero, eventualmente, accademici.

Ve li ricordate Sanguineti, Fortini, Raboni, Leonetti? Vogliamo mica correre il rischio che in Italia si ricominci davvero a discutere di poesia e dei suoi rapporti con codesta nazione in naufragio? Ciò che conta è la governabilità, non è così? Pare valga, vergognosamente, anche per l’Università. Dove puoi essere anche un grande poeta, ma questo non vale, se poi chiedi di insegnare proprio quell’arte che magistralmente pratichi da anni. Due saggi annotati, pubblicati sulla rivistina giusta, valgono più del Galateo in bosco o della Ragazza Carla.

Son criteri obiettivi, si sa. E cosa c’è di meno obiettivo della poesia?