Si chiamano Piani individuali di risparmio (Pir). E sono l’ultima trovata del Tesoro per racimolare denaro fra i risparmiatori nell’intento di finanziare le imprese e sostituire il più possibile il credito bancario. Non è detto però che siano un affare per i piccoli investitori che da un lato non pagheranno tasse sui rendimenti, ma dall’altro non avranno garanzie su guadagni e capitale. Come nel caso dei fondi di investimento, i ritorni dei Pir sono infatti legati a doppio filo con la performance delle aziende su cui il gestore deciderà di puntare investendo in azioni ed obbligazioni.

A differenza degli altri prodotti finanziari in circolazione, i Pir hanno come maggior vantaggio l’esenzione dall’imposta sui redditi da capitale (26% per azioni e bond, 12,5% per i titoli di Stato). A patto di non toccare i soldi per almeno cinque anni. Inoltre promettono rendimenti cospicui, anche se non stellari. I gestori dei Pir proposti dalla società di gestione di risparmio di Banca Intesa, Eurizon, prevedono, ad esempio, un rendimento annuo fra il 3 e il 7 per cento. Si tratta di guadagni consistenti in tempi di tassi bassi. Ma non è tutto oro quel che luccica: questi prodotti che, al momento, sono distribuiti da banche e assicurazioni, ma che ben presto faranno capolino anche allo sportello postale, potrebbero riservare sorprese inattese ad un risparmiatore poco avvezzo al gergo finanziario.

Innanzitutto il rendimento atteso non è una certezza, ma una previsione lorda di redditività. Dall’eventuale guadagno bisognerà poi sottrarre le commissioni bancarie che, a seconda dell’intermediario e del prodotto, variano fra l’1,15 e il 5 per cento. Inoltre, si dovranno anche detrarre le spese di gestione che variano fra l’1 e il 2,5 per cento del capitale investito. Nel caso poi la performance del Pir sia positiva, va anche detratta una commissione di risultato che varia fra il 10 e il 25 per cento. Così alla fine la convenienza rispetto ad un buon conto deposito o ad un altro prodotto finanziario è tutta da verificare.

Quanto al profilo di rischio, poi, il Pir non è certo sicuro al 100%: se il gestore sbaglia investimenti, rendimento e capitale saranno a rischio. Nulla esclude quindi performance deludenti come accaduto, ad esempio, per i fondi immobiliari collocati fra i piccoli risparmiatori all’alba della crisi sul mattone. Infine, a differenza dei fondi di investimento che puntano su grandi società quotate, su titoli di Stato o su obbligazioni di gruppi internazionali, i Pir hanno un focus specifico su piccole e medie imprese italiane. Per legge, questi prodotti investono fino al 70% del patrimonio in azioni o obbligazioni di aziende italiane quotate o europee con “stabile organizzazione” in Italia. Di quel 70%, il 30%, pari al 21% del portafoglio complessivo, deve andare in società medio-piccole quotate e non. Di conseguenza la redditività del Pir dipenderà dal successo delle aziende selezionate dal gestore. Che peraltro ha anche a disposizione un numero limitato di opportunità di investimento fra le piccole e medie imprese italiane quotate in Borsa sui segmenti Star e Aim (124 società in totale). Resta poi il fatto che per il risparmiatore investire in un Pir è un’operazione di fiducia nella banca e nel gestore dal momento che, come accade per i fondi, il cliente non può sapere in anticipo su quali imprese investirà né quali saranno i parametri di selezione che qualificheranno un’azienda come solida.

I Pir non sono quindi un prodotto per tutti come possono esserlo i buoni postali o i Btp, con bassissimi rendimenti ma a garanzia pubblica. Sono piuttosto uno strumento destinato alla diversificazione di portafoglio. Che cosa significa? In pratica, se ho 10mila euro di risparmi, è sconsigliabile investirli tutti in un piano di risparmio seguendo lo specchietto per le allodole dei vantaggi fiscali. Al limite, solo una piccola quota. Non a caso anche il governo ha fissato dei tetti massimi all’investimento in Pir (30mila euro l’anno per cinque anni senza superare la soglia dei 150mila euro). Limiti che tuttavia non sono sufficienti ad evitare il rischio che, in un Paese con un basso livello di alfabetizzazione finanziaria, i piccoli risparmiatori rimangano scottati. Anche perché la legge che ha introdotto i Pir con il positivo intento di sostenere le imprese, nulla dice sui parametri di solidità che devono avere le aziende in cui investiranno gli intermediari. Con il risultato che la discrezionalità del gestore regnerà sovrana sull’investimento e l’unica certezza saranno commissioni e spese bancarie.

Nonostante il fatto che il Pir sia un prodotto destinato ad un investitore consapevole, il Tesoro spera possa attirare l’interesse di un gran numero di risparmiatori: il ministero guidato da Pier Carlo Padoan confida nel fatto che, complice l’esenzione d’imposta, gli italiani possano destinare ai Pir buona parte dei 4mila miliardi dei loro risparmi e contribuire così al rilancio dell’economia. E c’è da dire che finora la risposta dei risparmiatori italiani è stata molto positiva: “La raccolta è al di là di ogni aspettativa”, ha spiegato al Sole24Ore del 18 maggio 2017 il capo della segretaria tecnica del ministero dell’Economia e delle finanze, Fabrizio Pagani, lo stesso che ha tirato le fila della fallimentare operazione Alitalia-Ethiad. Ed, in effetti, i numeri sono da capogiro, come da tempo la finanza italiana non ricordava: secondo Assogestioni, fra gennaio e aprile 2017 i Pir hanno raccolto tre miliardi e mezzo di euro e secondo il Tesoro si potrebbe raggiungere la cifra record di 10 miliardi entro fine 2017. Se il target dovesse essere centrato, la somma sarebbe decisamente superiore alle più rosee previsioni del Tesoro che si attendeva una raccolta fra i 16 e i 18 miliardi in cinque anni. L’altra faccia della medaglia è che il grande successo nella vendita dei Pir aumenterà anche la probabilità che il prodotto finisca nei portafogli “sbagliati” tradendo le aspettative dei piccoli risparmiatori e ripetendo così un copione già visto.