Il 24 maggio a Roma in una conferenza stampa – cui ho partecipato come rappresentante di Isde Italia – sono stati presentati i risultati della ricerca del glifosate – il pesticida più utilizzato al mondo – sulle urine di 14 donne gravide romane ed il dossier “il veleno è servito” realizzato da Asud e da altre associazioni da sempre impegnate nella difesa della salute e dell’ambiente.

Per quanto attiene le indagini sulle urine, si tratta di 14 donne volontarie fra i 30 e i 40 anni di cui nessuna è professionalmente esposta a pesticidi in quanto tutte residenti nella capitale e non occupate in agricoltura. Le analisi sono state condotte in un laboratorio tedesco e si è trattato, ancora una volta, di un’indagine eseguita per iniziativa spontanea, in questo caso da “Il Salvagente” e da Asud, ma sostenuta da tutta la coalizione italiana Stop glifosate.

Già questo è motivo di riflessione, perché nel nostro paese vi è una pressoché totale assenza di indagini di biomonitoraggio da parte delle Istituzioni e solo a fronte di conclamati disastri ambientali (vedi Pfas in Veneto) qualcosa viene intrapreso. Viceversa, in moltissimi altri paesi, indagini di biomonitoraggio su cordone ombelicale, latte materno, siero o urine di donne gravide o bambini sono pratiche routinarie. I risultati dei 14 campioni romani sono davvero sconcertanti e preoccupanti, perché il glifosate è presente in tutti i 14 campioni e se sono esposte le mamme in attesa, lo sono evidentemente anche le creature che hanno in grembo.

I livelli trovati variano da un minimo di 0,43 ng/ml ad un massimo di 3,48 ng/ml e in 4 casi il valore è pari o maggiore di 1,5 ng/ml. Difficile fare confronti, ma segnalo che di recente è stata pubblicata un’indagine effettuata in Germania dal 2001 al 2015 su un totale di 399 soggetti (maschi e femmine) di età compresa tra i 20 e i 29 anni in cui il glifosate è stato trovato solo nel 32% dei campioni.

Se poi si considerano i singoli gruppi (20 uomini e 20 donne) esaminati anno per anno, il glifosato è stato trovato, nel peggiore dei casi, nel 57,5% delle analisi effettuate nell’anno preso in considerazione, ma mai nel 100% e mai con valori di concentrazione così elevati. Il valore massimo riscontrato tra le 14 donne gravide esaminate a Roma è stato di 3,48 ng/ml, superiore del 24% del più alto valore trovato tra le 399 analisi effettuate in Germania in cui il valore massimo è stato pari a 2,80 ng/ml, valore superato anche da un’altra delle donne analizzate a Roma.

Sul glifosate, da tempo è aperto un contenzioso scientifico sul quale già sono intervenuta. In questa sede mi limito a ricordare che i diversi e sconcertanti pareri trovano una spiegazione nelle diverse modalità di valutazione a cominciare dal fatto che la Iarc fa riferimento a tutti i lavori scientifici pubblicati e condotti anche sul prodotto commerciale, notoriamente più tossico del principio attivo per la presenza di coadiuvanti e coformulanti, mentre le agenzie regolatorie si basano sulla documentazione del proponente sull’azione del solo principio attivo; documentazione spesso prodotta in modo opaco e non disponibile a terzi. Per non parlare dei pesanti conflitti di interesse che aleggiano su alcuni degli estensori di questi pareri.

Per quanto riguarda la salute umana, a parte il rischio tumorale (in particolare per l’insorgenza di linfomi), appare preoccupante l’azione dell’erbicida come “interferente endocrino e ben sappiamo che, per sostanze che agiscono in questo modo, non esistono livelli soglia di sicurezza. Inoltre, esperimenti condotti su cellule umane embrionali, placentari e del cordone ombelicale hanno dimostrato che la molecola induce necrosi ed apoptosi a livelli molto bassi e simili a quelli riscontrabili nella catena alimentare e può quindi influire sull’esito della gravidanza.

La “battaglia” contro questo prodotto non è ovviamente indirizzata esclusivamente contro questa molecola, ma contro un modello agroindustriale non più sostenibile per le ricadute negative sulla fertilità del suolo, la qualità delle acque, la biodiversità ecc. e per le conseguenze sulla stessa salute umana. Non è accettabile che le pratiche che dovrebbero darci cibo, nutrimento e salute siano diventate portatrici di morte per l’uomo e per l’ambiente: dobbiamo trovare il coraggio di cambiare e intanto facciamoci sentire firmando la petizione in atto a livello europeo e che si prefigge di raccogliere 1 milione di firme.