Impensabile e repentino, un destino vile e del tutto indecifrabile ha sottratto ai suoi cari, agli amici e a una comunità scientifica senza confini, Giovanni Bignami, uno dei maggiori scienziati di questo paese e un meraviglioso divulgatore del sapere. Un astrofisico che scoprì una stella e che ha esplorato lo spazio e il tempo, dal big bang alla vita, con lo sguardo della conoscenza. Poco a che fare con la mia idraulica, senza dubbio. Ma molto con l’amicizia, con il dovere dello studioso di camminare con la schiena dritta, con la consapevolezza che il proprio ruolo è parlare di scienza con semplicità ma senza semplificare, con il l’impegno a smascherare la cattiva scienza, con la condivisione di un’idea di università come servizio educativo, ricerca del sapere, responsabilità sociale.

Quando si candidò al Parlamento europeo, parecchi anni fa, lo accompagnai in alcune comparsate elettorali. Mi accorsi presto che tutti guardavano questo candidato un po’ anomalo come se si fosse palesato davanti a loro il Candide di Voltaire. Parlava alla gente di onestà, soprattutto intellettuale, quando era ancora poco di moda qualunque tipo di onestà; di competenza e merito mentre tutti assentivano con un sorrisetto; di futuro. Si capiva subito che sarebbe finita come per il marziano a Roma di Ennio Flaiano. E non è un caso che I Marziani siamo noi sia il titolo di un saggio divulgativo pubblicato da Giovanni nel 2010.

Poiché nel mio unico (finora) romanzo narro di un uomo che vuole accaparrarsi le stelle, Giovanni Bignami è forse l’unico personaggio reale che fa una breve capatina dentro al racconto. L’avidità della conoscenza contro l’avidità di possesso. Poi, fino a pochi giorni abbiamo condiviso la critica al dopo-Expo della ricerca, basato sullo slogan Human technopole e trainato dal modello dell’Istituto italiano di tecnologia; assieme alla perplessità sul dopo-Expo dell’alta formazione, con l’esodo forzato da Città studi che dovrebbero subire le scuole scientifiche dell’Università statale, un’eccellenza del paese.

Anni fa uno studioso indiano, docente della mia materia per più 40 anni negli Stati Uniti, mi volle dimostrare la sua profonda amicizia donandomi un testo, la Upanishad Vahini, dove viene detto: “È molto difficile acquisire l’occhio della conoscenza. Per riuscirvi, la prerogativa più importante è la concentrazione, per ottenere la quale, e renderla stabile, sono necessari tre importanti requisiti: la purezza della coscienza, la consapevolezza morale e la discriminazione spirituale. Per la gente comune, queste sono qualifiche difficili da raggiungere”. Non capisco nulla di mistica né di natura divina dell’uomo, ma so che Giovanni, un uomo esemplare, aveva queste qualità.