di Vera Cuzzocrea *

Sulla rete può capitare che ci si innamori e fidanzi anche senza mai essersi visti, così come può capitare di ricevere istruzioni per suicidarsi, il tutto magari da un continente all’altro. Argomento noto è il problema di ambienti virtuali (i cosiddetti “siti pro-suicidio”, prevalentemente forum tematici), in cui le persone possono reperire informazioni utili per essere accompagnate all’atto suicidario anche attraverso un controllo patologico o la graduale eliminazione di cibo arrivando all’anoressia (“siti pro-ana”).

Varie ricerche anche italiane testimoniano già da anni il potere di Internet nella promozione di comportamenti disadattivi. E molti Paesi sono intervenuti promuovendo delle leggi che vietano la diffusione di questi siti (prima fra tutte, dieci anni fa, l’Australia). Ma non è questo lo scenario che ci permette di capire appieno il fenomeno Blue Whale, lo pseudo-gioco on line che sembra aver portato più di 150 giovani al suicidio, pensato e conosciuto in Russia ma già diffuso anche in Europa. In questo caso non si tratta di persone con uno stato di malessere pregresso che si avvicinano ad un forum per trarre sostegno o suggerimenti.

Si tratta in prevalenza di adolescenti (e pare anche bambini/e), caratterizzati (da quanto sappiamo) da un sano sviluppo psicofisico, differenti provenienze socio-culturali con una sola banale caratteristica comune (a parte l’età): l’utilizzo di un social network. Giovani che un po’ per curiosità e un po’ forse anche per ingenuità e imitazione (di altri coetanei) si avvicinano in rete alla “balena blu”, ne restano forse inizialmente affascinati, per poi diventarne completamente dipendenti, quale esito della suggestione a cui vengono sottoposti.

È forse il caso di descrivere questo fenomeno come un atto deviante compiuto da una rete criminale organizzata, con una mission dichiarata (istigazione al suicidio al fine di “purificare la società”), specifici ruoli e compiti. C’è un presunto ideatore, attualmente in carcere, che da quanto dichiara sembrerebbe caratterizzato da un profilo psicologico simile a quello di un omicida seriale; ci sono i curatori che, quasi fossero dei “caronti”, conducono le vittime all’esito finale, le accompagnano “a distanza” ma da vicino, imponendo le regole e chiedendo continui feedback sul superamento delle graduali sfide da affrontare (così da rafforzare il legame autore-vittima). E ci sono i sostenitori: il gruppo dei pari che inconsapevolmente “sostiene il gioco”, lodando come eroi ed eroine chi ha già raggiunto – prima di loro – l’ultimo step, rigorosamente “silenziosi” (richiamando lontanamente la dinamica relazionale del bullismo con il ruolo della maggioranza che assiste senza intervenire) poiché omertosi con gli adulti.

Una vera e propria somministrazione di stimoli e utilizzo di tecniche tese a manipolare le vittime predestinate: dal mantenimento del segreto con i genitori alla visione di video o film horror, al cambiamento del ritmo sonno-veglia, ai tagli autolesionistici. Il tutto in meno di due mesi con una regola o sfida al giorno da superare. Una vera e propria induzione in stato depressivo con un graduale distacco dalla realtà che ben si concilia con la tipica mancata percezione del rischio degli adolescenti e il bisogno di aderire ai valori del gruppo. Poiché, in molti casi, proprio di gruppi si parlerebbe. Gruppi di adolescenti “semplicemente” a conoscenza dell’adesione al “gioco” o veri e propri supporter.

Il “gioco della morte” è qualcosa di ancora diverso da quanto analizzato in precedenza come l’imbattersi in contenuti dannosi in rete o l’adesione a forum tematici. Si tratta di un fenomeno forse più simile, nella dinamica, al terrorismo islamico e alle tecniche di manipolazione psicologica utilizzate per reclutare i foreign fighters dove il “premio” da conquistare non è una guerra santa ma il raggiungimento di un’auspicata vittoria e la meta non è la Siria ma la vetta più alta da cui buttarsi giù. Assicurandosi di essere filmati, soli o con l’aiuto di accompagnatori perché il “tutor” deve avere prova del superamento anche dell’ultima sfida.

Un nostro vicino di casa, un amico o una figlia possono senza che ce ne rendiamo conto decidere di farsi esplodere in nome di un ideale estremista o gettarsi dal tetto del palazzo più alto di una città, come a Livorno (sempre che si provi l’eventuale legame tra la morte del ragazzo e il gioco). Ed è possibile che accada senza che ce ne rendiamo conto, al di là dei margini di competenza più o meno sviluppati di genitori e insegnanti, oltre che degli stessi ragazzi. Perché c’è un mondo parallelo che accompagna i nostri giovani: la rete, che “da lontano” unisce e manipola.

*psicologa e psicoterapeuta