Nel 2016 sono scattate sanzioni per 574 ecoreati, più di uno e mezzo al giorno, 971 le persone e 43 le aziende denunciate, 133 i beni sequestrati per un valore di circa 15 milioni di euro con l’emissione di 18 ordinanze di custodia cautelare. Questo il risultato dell’applicazione della legge 68/2015 sugli ecoreati. A due anni dall’approvazione, Legambiente fa un bilancio in un dossier presentato a Roma nel quale si raccontano storie e si pubblicano i numeri di quella che viene definita una “riforma di civiltà“. I provvedimenti per i nuovi delitti sono stati applicati in tutta Italia per sequestrare depuratori malfunzionanti, per fermare l’inquinamento causato da attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (il primo delitto ambientale della normativa italiana approvato nel 2001), per intervenire su situazioni di inquinamento pregresso che continua ancora oggi a causare enormi danni ambientali in assenza di bonifica o per fermare attività illegali di vario genere, dalla pesca illegale a Taranto agli scarichi industriali non trattati a Chieti fino all’estrazione abusiva di inerti dalle cave o dai fiumi. Ma il lavoro non è finito.

“L’introduzione dei delitti ambientali nel Codice penale è stata una grande conquista per l’Italia” ha dichiarato il direttore generale di Legambiente Stefano Ciafani, sottolineando che si tratta del primo anello di una catena più lunga. “È fondamentale – ha aggiunto – che siano approvate presto norme che mancano ancora all’appello” a cominciare “dall’approvazione definitiva delle riforma del Codice penale” passata al Senato e ora al vaglio della Camera “che prevede un meccanismo di allungamento dei tempi di prescrizione dei reati ambientali contravvenzionali per arrivare con maggiore certezza a sentenza definitiva”, ma anche “da una legge che semplifichi l’iter di abbattimento delle costruzioni abusive, fermando ogni tentativo di norme blocca ruspe “come è stato fatto con il ddl Falanga, oggi in aula a Palazzo Madama, grazie all’intervento della Commissione giustizia della Camera”.

I NUMERI DEGLI ECOREATI – Secondo i numeri elaborati da Legambiente sull’azione di forze di polizia e Capitanerie di porto, dei 574 ecoreati sanzionati, 173 hanno riguardato proprio i nuovi delitti (il 30% del totale). Sono 143 i casi di inquinamento ambientale, 13 quelli di disastro ambientale, 6 quelli di impedimento di controllo, 5 i delitti colposi contro l’ambiente, 3 quelli di omessa bonifica e 3 i casi di aggravanti per morte o lesioni come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale. La Campania è la prima regione per il numero (70) di ecoreati contestati. La Sardegna è quella con più denunciati (126), mentre l’Abruzzo ha il numero più alto di aziende coinvolte (16). Il maggior numero di arresti è stato compiuto in Puglia (14), il numero più alto di sequestri in Calabria (43). A questi numeri, vanno aggiunti quelli della Direzione generale della giustizia penale del ministero della Giustizia. Nel 2016, secondo i dati di 87 procure (con una copertura pari a circa il 53% del totale), si sono registrati 265 procedimenti aperti in applicazione della legge 68, con 446 persone denunciate. In testa il delitto di inquinamento ambientale (158 casi), 15 le contestazioni di disastro ambientale, 33 i casi di delitti colposi contro l’ambiente, 30 i procedimenti penali per omessa bonifica, 15 quelli per impedimento al controllo, 9 per i casi di morte o lesioni come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale, 3 per traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività. L’ultimo dato particolarmente significativo riguarda quello delle condanne: nel 2015 sono stati 41 i procedimenti giudiziari che si sono conclusi con condanne di primo grado grazie alla nuova legge sugli ecoreati. Il funzionamento della legge è confermato anche dalle statistiche delle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente rese note da AssoArpa. Lo sostiene chiaramente la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nella sua Relazione sull’attuazione della legge 68, approvata nello scorso febbraio. Conferme arrivano anche dalle diverse sentenze emesse dalla Corte di Cassazione “che stanno fugando alcuni dubbi interpretativi sollevati da alcuni giuristi”.

LE INDAGINI PIÙ SIGNIFICATIVE – L’indagine più rilevante sotto il punto di vista delle ordinanze di custodia cautelare è stata l’Operazione Poseydon, conclusa con 14 arresti il 2 novembre 2016 dalla Guardia di finanza e dalla Capitaneria. Il Golfo di Taranto era stato preso letteralmente d’assalto da una banda di pescatori di frodo, che per razziare il più possibile i fondali avevano scelto come strumenti di pesca gli esplosivi e dei residuati bellici della Seconda guerra mondiale. Le esplosioni avevano così trasformato il golfo in un campo di battaglia ai danni della biodiversità marina. Pochi giorni prima, invece, il 20 ottobre, sono scattati i primi arresti per i nuovi delitti ambientali nei confronti di 4 persone, tra responsabili e tecnici del Consorzio di depurazione di Chieti Scalo e il titolare di un laboratorio di analisi. Le indagini hanno rivelato la gestione illecita di un ingente quantitativo di fanghi di depurazione, per lo smaltimento dei quali il Consorzio di bonifica avrebbe percepito indebite sovvenzioni economiche da parte del Comune di Chieti per oltre 300mila euro. Poi c’è l’indagine veronese che lo scorso novembre ha bloccato una presunta organizzazione criminale dedita alla miscelazione sistematica di rifiuti speciali pericolosi da spacciare come ‘materiali ferrosi’, con destinazione ricorrente le acciaierie bresciane. Sei gli imprenditori attivi tra Brescia, Bergamo e Verona che devono rispondere davanti al giudice, oltre che di traffico di rifiuti, anche del delitto di inquinamento ambientale secondo il nuovo articolo 452 bis del Codice penale. Dovranno invece rispondere dell’accusa ben più grave di disastro ambientale, oltre che di inquinamento e di altri reati ambientali i vertici dell’azienda umbra Gesenu Spa, coinvolti nell’inchiesta ‘Spazzatura d’oro‘ su una presunta truffa ai danni dei Comuni serviti dalla società, che avrebbero pagato per servizi non svolti. “Una selva di reati e danni ambientali – racconta Legambiente – compiuta dal sodalizio criminale sfruttando il sistema societario ruotante attorno alla società umbra”.