Non me l’aspettavo. E – lo ammetto – mi sono emozionato. Quell’Inno alla Gioia, l’inno dell’Europa, che ha accompagnato la lunga camminata del ‘presidente Macron’ nel cortile del Louvre, verso il palco del discorso della vittoria, è stata per me una positiva sorpresa: prima l’Europa, poi la Francia, con la Marsigliese a chiusura dell’evento.

 

Non sono un ‘macronista della prima ora’, come se ne scoprono tanti in questo momento. E conservo, anzi, qualche diffidenza verso una linea politica – troppo? – liberista e tecnocratica. Ma l’elezione di Emmanuel Macron alla presidenza della Repubblica francese m’è parso un momento di speranza: il cortile del Louvre, ieri sera, carico di significati storici e culturali, m’ha ricordato il parco di Chicago la sera del 4 novembre 2008, dopo l’elezione di Barack Obama: quella una speranza globale, questa una speranza europea.

Il disagio d’un Paese diviso

Certo, al di là dell’emozione e della retorica, c’è una Francia divisa, una Francia che esprime il disagio votando Marine Le Pen, o astenendosi, o attuando scaramucce urbane in qualche strada di Parigi. Ma c’è anche una Francia che sceglie un presidente giovane – il più giovane della Quinta Repubblica; che boccia i partiti tradizionali senza rinnegare l’Europa e la democrazia; che si rinnova senza stravolgersi.

La buona notizia è che Macron ha vinto e che ha vinto in modo molto più netto del 60 a 40 generalmente pronosticato: oltre il 66% contro meno del 34%, due a uno. La Le Pen s’è affermata in solo due dipartimenti, il Pas-de-Calais e l’Aisne – il che anticipa le difficoltà del FN nelle politiche di giugno – e a Parigi ha di poco superato il 10%.

La cattiva notizia è che la Le Pen ha perso, ma ha preso un terzo dei voti, quasi il doppio percentualmente del 18% scarso che suo padre Jean-Marie ebbe al ballottaggio nel 2002: 11 milioni di suffragi, un record assoluto per il FN. Inoltre, circa un quarto dei francesi non sono andati alle urne, seguendo le indicazioni anti-europee ed anti-sistema della sinistra ‘insoumise’ di Jean-Luc Mélenchon. L’area del dissenso e dell’insoddisfazione è, cioè, molto vasta.

Un presidente (per ora) senza governo

Senza la pretesa di essere originale, avevo scritto in questo blog, dopo il primo turno, che la domanda da porsi non era se Macron avrebbe vinto, ma con chi avrebbe governato. E la domanda resta senza risposta, a un mese dalle elezioni legislative dell’11 e 18 giugno: c’è un presidente che non è sicuro di avere una maggioranza parlamentare, anche se potrà contare sull’effetto entusiasmo per la vittoria riportata. Si profila, per la prima volta nella Quinta Repubblica, l’ipotesi di una maggioranza di coalizione – con chi?, quel che resta dei socialisti?, i ‘repubblicani?, entrambi? -, piuttosto che di una coabitazione – esperienza già vissuta a due riprese: presidente d’un colore e governo d’un altro.

Non credo sia il caso di dare troppo peso ai discorsi a caldo del vincitore e della sconfitta, a parte l’apprezzare la buona educazione istituzionale mostrata sia dalla Le Pen, che annuncia una nuova versione, meno urticante, del suo partito, sia da Macron, che propone l’immagine dell’unificatore.

L’obiettivo della Le Pen è un partito capace di contare nell’Assemblea nazionale, dove finora ha sempre avuto un ruolo marginale. La responsabilità che Macron si assume è ascoltare i più deboli e lottare contro tutte le forme di discriminazione ed emarginazione. C’è un po’ di tutto, nel discorso al Louvre come nei buoni propositi d’inizio presidenza: “Una nuova pagina di speranza e di fiducia”, l’omaggio alla storia della Francia – dall’Ancien Régime alla Rivoluzione, da Napoleone alla Repubblica al suo predecessore -, l’appello all’unità, una strizzata d’occhio a patrioti e nazionalisti – la prima missione sarà una visita alle truppe francesi all’estero -, un forte appello all’Unione europea – subito dopo, andrà in Germania.

Il filotto europeo

Con le elezioni francesi, l’Europa ha fatto filotto: presidenziali in Austria a dicembre, politiche in Olanda a marzo, ora presidenziali in Francia, tre ostacoli della terribile ‘gabbia’ superati di slancio. Restano, a settembre, le politiche in Germania, che, dal punto di vista della contestazione euro-scettica, fanno meno paura ai fautori dell’integrazione. I risultati di ieri nello Schleswig-Holstein sono un viatico per la cancelliera Merkel ed il suo partito, ma se anche vincessero a settembre i socialdemocratici di Martin Schulz il messaggio sarebbe sempre pro-europeo.

L’onda lunga della marea euroscettica pare superata, anche se in Francia resta alta, molto alta. La risposta a populismi, xenofobie, paure è più Europa, ma non più di questa Europa: un’Europa diversa, che faccia crescere insieme, accolga insieme, rassicuri insieme.

E le presidenziali francesi sono state, indipendentemente dal risultato, anche una vittoria sul terrorismo, che ha insanguinato la campagna e minacciato il voto, ma non ha distolto dalle proprie scelte i cittadini: chi non è andato alle urne non l’ha certo fatto perché spaventato dalle minacce del Califfo, ma perché non convinto dalle alternative propostegli.

Il problema Italia

Resta, all’Europa ed a noi, il problema Italia: siamo il Paese dove la spinta euro-scettica, sia pure composita, da destra, da sinistra, dall’area M5S, è più forte e dove le politiche finora attuate per contrarla sono meno efficaci. E, dei grandi Paesi Ue, Spagna, Francia, Gran Bretagna e Germania, siamo quello che andrà a votare per ultimo, senza ancora sapere neppure né quando né con che sistema.

Il rischio concreto è che i nostri partner comincino a lavorare insieme a una nuova Europa quando tutti loro avranno un assetto politico stabile di qui al 2020 almeno, mentre noi staremo ancora consumando tempo ed energie in un’interminabile e rissosa campagna. Arriveremo a sederci in modo credibile al tavolo europeo a cose fatte, o almeno avanzate.

Italicamente, è già scattata la corsa a salire sul carro del vincitore, se non addirittura ad annettersi la vittoria. Matteo Renzi si mette ‘in cammino’, come Macron era ‘En marche’, tacendo sul fatto che il francese con lui nella foto dei leader in camicia bianca non era Macron, ma Manuel Valls, il premier di Hollande, che perse le primarie socialiste (e che s’è poi schierato con Macron).

E se il partito di Macron dovesse associarsi a livello europeo, al partito liberale (Alde) e non a quello socialista (Pse), dove c’è il Pd, il tentativo di sovrapposizione diventerebbe ancora più artificioso – o comporterebbe scelte drastiche. Meglio correre essendo se stessi che cercare di vincere fingendo di essere altri: la lezione – francese e non solo – è sempre difficile da imparare.