Ha osservato, ascoltato, confidato e poi aspettato, aspettato, aspettato, aspettato. Ma dopo quasi 5 mesi la fiducia del presidente della Repubblica si è trasformata nella consapevolezza di non essere ascoltato dal Parlamento. Sono passati 136 giorni da quando il capo dello Stato, dopo aver dato il mandato al nuovo presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ha sottolineato la necessità di un nuovo sistema elettorale. Ne sono passati anche di più dalla serata del referendum costituzionale, nel corso della quale tutti i partiti giuravano che serviva una nuova legge fingendo di voler andare alle elezioni politiche il prima possibile. Mentre la discussione su un sistema elettorale degno di questo nome galleggia come un sughero in commissione Affari Costituzionali, alla Camera, Mattarella è costretto a chiamare i presidenti delle Camere perché dicano ai partiti che è l’ora di muoversi perché finora il risultato è zero assoluto. Per dirla con il comunicato del Quirinale, più esattamente, “il capo dello Stato ha sottolineato l’esigenza che il Parlamento provveda sollecitamente al compimento di due importanti adempimenti istituzionali”. Oltra alla legge elettorale, anche l’elezione di un giudice della Corte Costituzionale. Piero Grasso e Laura Boldrini, quindi, dovranno “rappresentare ai rispettivi gruppi parlamentari l’urgenza che rivestono entrambe le questioni per il funzionamento del nostro sistema istituzionale“.

I partiti, come da copione, reagiscono come quando l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano diceva nel suo discorso di reinsediamento (nel 2013) che il Parlamento non aveva fatto niente in materia di riforma costituzionale e elettorale e tutti applaudivano non capendo che il Parlamento erano loro. La risposta della Camera, nell’euforia generale, è che approveranno la legge entro “fine mese”, nel senso di maggio, cioè il mese prossimo (dopo averlo promesso almeno due volte). E comunque, di sicuro, la colpa resta di nessuno. “Ha ragione il presidente della Repubblica sulle due priorità, non so per la politica ma certo per il Pd – dice il capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato – Sin da oggi ci preoccuperemo in conferenza di capigruppo di calendarizzare entrambe le questioni, sulle quali peraltro la presidente Boldrini è sempre stata sensibile e attiva”. Condivide le parole di Mattarella anche il deputato M5s Roberto Fico: “Siamo stati i primi a dirlo già dal 4 dicembre, avendo presentato una proposta organica che fondamentalmente riprende la legge elettorale uscita dalla Corte Costituzionale. Si prenda quella, la si estenda al Senato e si vada a votare”. Per il collega di Forza Italia Renato Brunetta invece “più che al Parlamento, il capo dello Stato si rivolga al Partito democratico e al suo segretario in pectore, Matteo Renzi, che da mesi bloccano i lavori della commissione Affari costituzionali di Montecitorio in attesa che vengano celebrati prima il congresso e poi le primarie“. Brunetta ricorda tra l’altro che il suo partito ha presentato una sola proposta di legge, mentre il Pd ne ha presentate 9. Si è perso ormai il conto delle ipotesi di riforma depositate dai partiti in commissione, ma si è sfondata da tempo quota 30.

La piccola storia della commissione a ritmo di bradipo è quella che racconta di una quindicina di sedute (più quelle dell’ufficio di presidenza) in cui non si è deciso praticamente niente. L’ultima puntata è quella della scorsa settimana quando i partiti hanno preso una decisione forte: provare a discutere da domani, quando è stata fissata la prossima riunione della commissione. Lo stimolo (capirai) è stato il fatto che dopo che tutti i partiti hanno affossato la prima proposta del Pd – il Mattarellum -, lo stesso Partito Democratico ha messo in fila tre requisiti (definiti “imprescindibili”) intorno ai quali discutere: collegi uninominali, premio di maggioranza alla prima lista e soglie di sbarramento uguali per Camera e Senato. Il presidente della commissione, il civico Andrea Mazziotti Di Celso, si era anche spinto con notevole coraggio e sprezzo del pericolo a ipotizzare che si potesse arrivare a un testo-base sul quale cominciare a confrontarsi. Mazziotti ora assicura, parlando con Radio Radicale, che al testo sta lavorando, che lo presenterà entro pochi giorni e che la commissione “può approvare la legge per portarla in Aula a fine mese”. Cioè la fine del mese prossimo, maggio. “Le parole del presidente Mattarella sull’urgenza di approvare una legge elettorale sono sacrosante – aggiunge Mazziotti – Già dopo la sentenza della Corte il Capo dello Stato ci aveva sollecitati a lavorare velocemente”. E infatti il risultato è stato un nuovo appello del presidente ai partiti.

D’altra parte sarebbe solo la centesima promessa mancata dai partiti sulla legge elettorale. Venti giorni dopo il referendum costituzionale, per dire, Pd e Lega Nord sembravano a un passo dall’accordo sul Mattarellum, ma non se n’è fatto di nulla. Poi tutti i gruppi hanno chiesto di aspettare la sentenza della Corte Costituzionale, a fine gennaio. Poi hanno chiesto di aspettare le motivazioni, a fine febbraio. Poi hanno calendarizzato la discussione in Aula, a Montecitorio, a fine marzo, termine disatteso senza muovere un muscolo per provarci. Ogni volta le promesse sono state rinnovate con un nuovo termine di tempo. Proprio a fine marzo, infatti, provocando una certa dose di ilarità l’ufficio di presidenza della Camera aveva giurato che la riforma elettorale sarebbe stata completata entro l’estate, cioè entro l’inizio di agosto.

Nel merito in realtà sembra che, al netto de quei tre requisiti “imprescindibili” dettati da Emanuele Fiano per il Pd, la soluzione sarà quella più semplice, nel senso che sarà il modo più facile per sfuggire dal confronto tra i partiti che come al solito hanno ciascuno il proprio sistema perfetta e nessuno di questi è disposto a mollare di un millimetro. La soluzione sarà la più semplice e un po’ di grana grossa: applicare l’Italicum modificato dalla Consulta anche al Senato in modo da armonizzare il sistema, come aveva chiesto Mattarella a dicembre. A quel punto ci sarà un sistema elettorale fatto non per merito dei partiti, ma solo grazie ai magistrati della Consulta. Su quella soluzione che da settimane viene proposta dal M5s si stanno muovendo ora altre forze. Per esempio Alternativa popolare, con Maurizio Lupi. Ma farebbe piacere anche ai partiti piccoli, rassicurati per soglie di sbarramento abbordabili. E perfino Matteo Renzi, a mezza bocca, aveva spiegato che ci si poteva stare. In questo modo il segretario apparentemente in pectore ribadirebbe – col premio alla lista e non alla coalizione, come richiesto di nuovo oggi da Giuliano Pisapia – il concetto di autosufficienza del Partito democratico e l’esclusione delle altre forze politiche alla sua sinistra. In pratica la soppressione definitiva del centrosinistra.