Il riconoscimento e la valorizzazione della competenza sono da sempre il tallone di Achille del nostro Paese. L’Italia ha saputo individuare e sfruttare le competenze dei suoi figli soltanto in rari momenti della storia; e gli ultimi vent’anni non ne fanno parte, come racconta La repubblica dei brocchi. Il declino della classe dirigente italiana, l’ultimo saggio di Sergio Rizzo, edito da Feltrinelli, sulla mediocrità, dettagliato e indisponente. Siamo il Paese dei trovatori, dove compare sempre qualche inviato della Provvidenza, scelto da chi comanda per risolvere i problemi della società, dai terremoti alle alluvioni, dalla congiuntura economica alla crisi demografica. E quasi mai costui è anche competente.

Se l’Italia ha ormai introiettato l’inutilità della competenza, stupisce che tutto ciò avvenga anche altrove e, in particolare, negli Stati Uniti. Mai come oggi la gente è stata esposta a una informazione così invasiva e pervasiva, favorita dalla crescita delle tecnologie e dei livelli di istruzione. Tutto ciò ha alimentato una sorta di egualitarismo intellettuale, spesso sbagliato e sempre narcisistico, che paralizza qualunque dibattito informato su questioni essenziali. Oggi, tutti sanno tutto; e con un viaggetto attraverso il Web o Wikipedia, il cittadino medio si convince di poter competere intellettualmente con un medico o un archeologo su temi di medicina o di archeologia. Qualunque voce che strilla su Facebook, anche la più ridicola, reclama per sé la stessa considerazione delle voci più autorevoli e preparate.

Per capire questo fenomeno, mi hanno consigliato un recente saggio di Tom Nichols (The death of expertise: the ampaign Against established knowledge and why it matters, Oxford University Press, 2017) che sviluppa un articolo apparso su The Federalist del 2014 dove si parla esplicitamente di Morte della Competenza. Le ragioni per cui la gente rifiuta gli esperti e l’expertise comprendono la diffusione capillare di internet e dei social media, il trionfo del modello consumistico (customer satisfaction) nel campo dell’istruzione universitaria, e la metamorfosi dell’informazione in macchina di intrattenimento 24 ore su 24. Paradossalmente, la diffusione sempre più democratica delle informazioni, piuttosto che produrre un pubblico colto, ha invece creato un esercito di cittadini male informati e arrabbiati che disprezzano qualunque conquista intellettuale: “Tutto è conoscibile e ogni opinione su qualunque materia è buona come un’altra. Così ognuno cerca soltanto la conferma di quello che pensa e crede, accettando i soli fatti e le opinioni che rafforzano le proprie convinzioni e la propria esegesi della realtà. E rifiuta dati e pareri che le mettono in discussione, secondo una ‘distorsione confermativa’ che tramuta ogni libera discussione in una rissa“.

Sebbene l’umanità mai sia stata così istruita come oggi, Nichols annota: “Non soltanto sempre più laici difettano di conoscenze di base; essi rigettano anche le regole fondamentali dell’evidenza e si rifiutano di imparare a fare un ragionamento logico. In tal modo, rischiano di gettare via secoli di conoscenze e minano l’attitudine e le pratiche che ci permettono di sviluppare nuove conoscenze“. L’istituzione accademica ha gravi responsabilità nel successo di questa sorta di società dello spettacolo, già prefigurata da Guy Debord mezzo secolo fa, giacché l’università ‘moderna’ ha annientato il pensiero critico. E si sta così spianando la strada a un modello di società rissosa ma inerme, dove la rete di comando della tecnocrazia può modificare a suo piacere le regole già malferme della democrazia.

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