“Da un giorno all’altro una vittima diventa imputato”. Così il pm veronese Beatrice Zanotti, nella sua requisitoria al processo contro l’immobiliarista Alessandro Leardini, ha descritto gli effetti della norma sulla “corruzione per induzione” introdotta nel 2012 dalla legge Severino, che punisce con la reclusione fino a tre anni anche il privato che paga la mazzetta al funzionario o al politico. L’imprenditore Leardini, da grande accusatore dell’ex vicesindaco di Verona, Vito Giacino (nella foto), e della moglie Alessandra Lodi (condannati per corruzione in appello a 1 anno e 8 mesi), proprio in virtù di quella norma è finito a sua volta imputato per aver ammesso il pagamento di due fatture nel 2013 alla moglie dell’ex vice di Tosi, considerate tangenti mascherate. Il pm Zanotti, che ha sostenuto anche l’accusa in giudizio nei confronti di Giacino e della moglie, dopo aver applicato tutte le attenuanti per l’imprenditore imputato ha chiesto l’applicazione di una pena minima “del tutto simbolica, perché il pubblico ministero deve applicare la legge: 15 giorni di reclusione”.

Senza le dichiarazioni dell’imprenditore Leardini, che nel corso delle indagini si è presentato spontaneamente “con pacchi di documentazione” insieme agli avvocati Nicola Avanzi e Marco Pezzotti in Procura a Verona, “non sarebbe stato possibile il processo che ha portato alla condanna in appello del vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Giacino, e della moglie – ha ricordato il pm in aula -: noi ora siamo qui a processare Leardini perché ha reso quelle dichiarazioni, anche se avrebbe potuto raccontare quello che voleva”. Nel considerare tutte le attenuanti per l’imputato in ragione dell’“apporto probatorio” fornito nell’altro processo, il magistrato ha anche ricordato la genesi di quelle indagini, iniziate nel 2013 in seguito a una lettera anonima inviata in Procura che descriveva il sistema delle tangenti nell’edilizia e nell’urbanistica a Verona. Dai tabulati telefonici del vicesindaco di Verona e della moglie emersero “contatti anomali da parte di imprenditori con l’avvocato Lodi, moglie di Giacino”, ma nessuno di quegli imprenditori confermò all’autorità giudiziaria di aver dovuto pagare tangenti. L’unico fu Leardini, poi finito a sua volta alla sbarra per induzione indebita. E che per il magistrato dell’accusa si è comportato come “il testimone che ogni pm vorrebbe avere”.