Decidere se salire o non salire su un treno è semplice. Ma una volta saliti cambiare idea diventa molto complicato. Certo, se sono convinto che il treno andrà a sbattere contro un muro anche lanciarsi dal vagone diventa un’opzione. Posso cercare di farlo quando il treno rallenta, scegliendo il terreno più morbido. In ogni caso non sarà una decisione senza rischi. Questa metafora racconta abbastanza bene quella che può essere la situazione di un Paese aderente all’euro e che vorrebbe uscirne.
Quella della moneta unica è una struttura imperfetta che sta creando sia vantaggi che svantaggi ai Paesi che l’hanno adottato. Da che parte pende l’ago della bilancia varia da paese a paese e tra le differenti classi sociali. Economisti di diverse scuole e orientamenti concordano sulle “tare originarie” del progetto. Un’unica moneta senza armonizzazione delle politiche fiscali e con una scarsa mobilità delle forze lavoro da un paese all’altro. Questo comporta, tra l’altro, che le crisi economiche si scarichino principalmente sui salari.

Tuttavia sul fatto che a questo punto abbandonare l’euro sia la scelta più opportuna i pareri sono molto meno univoci. Perché le conseguenze sono in una certa misura imprevedibili e, specie in caso di una rottura traumatica, potenzialmente assai pericolose. Molto dipenderebbe dal modo in cui si arriva all’addio alla valuta comune. Un percorso concordato con gli altri paesi avrebbe naturalmente un impatto meno dirompente. In ogni caso pensare che non ci sarebbero contraccolpi è illusorio. Per una serie di ragioni che ricapitoliamo punto per punto.

Inflazione a doppia cifra? Verosimile – Il livello dei prezzi aumenterà anche se è difficile indicare quanto e per quanto tempo. Valori del carovita a doppia cifra sono comunque verosimili. La lira avrebbe un valore inferiore rispetto all’euro attuale di almeno il 20-30%. La svalutazione di per se non è inflazione ma è un modo per importarla. Qualsiasi prodotto acquistato dall’estero, dal petrolio al grano ai semilavorati, ci costerebbe in proporzione di più con un impatto sui prezzi finali. Non solo, per una serie di ragioni che vedremo è verosimile che la Banca d’Italia sarebbe costretta a stampare moneta aggiuntiva aumentando le spinte al rialzo sui prezzi. In prospettiva, visto che i salari non crescono mai al passo dell’inflazione soprattutto se elevata, questo causerebbe anche una discesa del potere d’acquisto delle buste paga.

La conversione forzata dei titoli di Stato equivale a default tecnico – In base alle regole delle organizzazioni internazionali competenti in materia (International Swaps and Derivatives Association e agenzie di rating) la conversione forzata dei titoli di Stato da euro a lire potrebbe costituire un “credit event” in grado di configurare un default del paese. L’Italia ha sui mercati titoli di Stato che valgono complessivamente 1.860 miliardi di euro. Per quelli emessi sotto legislazione estera, che valgono circa 50 miliardi di euro, il cambio di moneta sarebbe legalmente impossibile. Anche in caso di ritorno alla lira l’Italia dovrebbe quindi continuare a ripagarli in euro o dollari. Per gli altri titoli da 1.800 miliardi di euro bisogna distinguere tra quelli muniti di clausole di azioni collettive e quelli che ne sono sprovvisti. Per questi ultimi il passaggio da euro a lira sarebbe meno problematico. Se la conversione avvenisse con un atto di forza unilaterale il paese dovrebbe però fronteggiare la punizione dei mercati. Per anni l’Italia si porterebbe appresso il marchio del cattivo creditore. Quindi, per ottenere soldi dagli investitori, sarebbe costretta a offrire rendimenti particolarmente elevati. Interessi a carico delle casse pubbliche. Recuperata l’autonomia monetaria il problema potrebbe essere in parte attutito stampando moneta. Ma questo avrebbe l’effetto di ridurre ulteriormente il valore della nuova lira e spingere ancora di più l’inflazione.

Banche a rischio crac per la riduzione del valore di Bot e Btp – Le banche italiane possiedono Bot e Btp per oltre 400 miliardi di euro. I loro destini sono quindi legati a filo doppio con quelli del paese. Una diminuzione del valore di questi titoli avrebbe l’effetto di portare perdite nei bilanci più o meno consistenti. Nel caso di una vera e propria ristrutturazione del debito (allungamento delle scadenze dei titoli, taglio del loro valore e degli interessi) è probabile che molti istituti non sarebbero in grado di reggere l’impatto. Sarebbe quindi necessario un sostegno pubblico agli istituti più in difficoltà. Per di più in un periodo in cui il sistema bancario del paese è alle prese con il lungo e complesso smaltimento di montagne di crediti deteriorati. Non solo. I Btp sono spesso utilizzati dalle banche come garanzia nei contrattirepo” con cui si regolano le esigenze di liquidità degli istituti. E’ possibile che i titoli italiani non verrebbero più accettati in garanzia rendendo più difficoltose le operazioni delle banche sui mercati con effetti anche sui tassi variabili di prestiti e mutui e prosciugando le risorse per l’erogazione di nuovi finanziamenti. Certo, a sostegno ci sarebbe una banca centrale nazionale, che per assicurare risorse alle banche potrebbe stampare moneta con l’effetto però di deprezzare ulteriormente la nuova lira.

I cavilli del “Target 2” – E’ la questione più tecnica e dubbia. Lo scorso gennaio il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha risposto a una domanda di due europarlamentari su come avrebbero dovuto essere regolati i saldi interbancari in caso di uscita di un paese dall’euro. “Andrebbero regolati integralmente”, ha spiegato Draghi, con una frase impeccabile nella forma ma che poco dice nella sostanza. Target2 è il sistema gestito dalla Bce e dalle principali banche centrali nazionali attraverso cui 1.700 banche europee muovono denaro da un paese all’altro. Dal 2011 il saldo dell’Italia nei confronti del resto d’Europa è passato in negativo e oggi lo è per quasi 300 miliardi di euro. Si tratta della posizione complessiva delle banche italiane nei confronti delle altre banche europee accentrate presso la Banca d’Italia attraverso cui si regola qualsiasi pagamento di una banca italiana con una banca di un altro paese dell’euro. Se il cliente di una banca italiana chiede di acquistare un prodotto (finanziario e non) tedesco la sua banca trasferirà il denaro nel conto di cui dispone presso Banca d’Italia. Dopodiché la Banca d’Italia sposta la somma attraverso Target2 sul conto che la banca del venditore tedesco detiene presso la Bundesbank. Si crea quindi un temporaneo squilibrio tra le due banche centrali che può essere compensato da un’operazione opposta (tedesco che compra in Italia) o allargarsi ulteriormente con un’operazione dello stesso segno (italiano che compra in Germania). Il passivo generale italiano segnala quindi una maggiore e forse temporanea richiesta di prodotti esteri dall’Italia rispetto al flusso opposto. Finché si fa parte del sistema e della moneta unica questi squilibri non vanno materialmente saldati. In caso di abbandono del sistema si aprirebbero scenari inesplorati. Tecnicamente questi debiti non sono delle banche e non sono dei singoli correntisti ma riguardano accomodamenti tra le banche centrali. Non esiste nessuna procedura o norma che regoli questa ipotesi. Pertanto i saldi andrebbero “regolati” ma nessuno sa bene cosa questo significhi in concreto.

Obbligazioni societarie: i rimborsi resterebbero in un’altra valuta – Secondo i dati della banca dei regolamenti internazionali (una specie di banca centrale delle banche centrali) le aziende italiane non finanziarie hanno obbligazioni emesse su mercati internazionali per 128 miliardi di dollari. Si tratta di titoli spesso emessi in altre valute e con legislazioni di altri paesi su cui lo Stato italiano non potrebbe intervenire in alcun modo in caso di cambio della moneta. L’azienda emittente dovrebbe quindi continuare a pagare interessi e rimborsi in euro, dollari, franchi o altre valute. Ma a quel punto molti dei ricavi sarebbero realizzati in lire. Non è detto che le aziende sarebbero in grado di reggere il colpo. Ci sarebbe anche in questo caso bisogno di un sostegno pubblico a carico delle finanze statali.

Più competitività. Ma i prodotti importati costerebbero di più  Una moneta più debole tende ad aiutare le esportazioni perché i prodotti risultano meno cari per chi utilizza un’altra valuta. In passato, e prima dell’adesione alla moneta unica, l’Italia ha fatto ricorso alle cosiddette “svalutazioni competitive” per dare una spinta alla propria economia. Da allora però il mondo è cambiato. In molti casi la produzione è oggi strutturata su filiere globali e non più nazionali. Un’azienda si rifornisce di materie prime e prodotti semilavorati da tutto il mondo. Quindi una moneta più debole rende sì i suoi prodotti più convenienti ma significa anche dover pagare di più merci e prodotti acquistati all’estero. Nulla vieta all’impresa italiana di cambiare modello e, ove possibile, rivolgersi a produttori nazionali anziché esteri. Ma non sempre è possibile specie per le produzioni ad alto valore aggiunto in cui il livello qualitativo è l’elemento chiave. Non sembra inoltre che il made in Italy stia soffrendo particolarmente il “peso” dell’euro. Nel 2016 il surplus commerciale italiano è stato il più alto degli ultimi 25 anni, grazie anche allo spostamento verso produzioni di fascia alta dove il prezzo incide poco nelle scelte di acquisto basata soprattutto sulla qualità.