Un’etichetta con i colori del semaforo per identificare i cibi migliori per la nostra salute. L’idea, importata dalla Gran Bretagna, potrebbe ben presto diventare uno standard europeo su spinta di multinazionali come Coca-Cola, PepsiCo, Unilever, Nestlé, Mars e Mondēlez International. Ma rischia di trasformarsi in un boomerang per i consumatori fornendo informazioni parziali e potenzialmente ingannevoli. Non solo: potrebbe anche danneggiare l’economia agroalimentare italiana di qualità. Il motivo? L’etichettatura a semaforo porta in dote distorsioni che incidono sulle scelte di consumo e non garantiscono necessariamente la salute dei consumatori.

Per fare un esempio, un litro di latte in Inghilterra è contrassegnato dal bollino rosso a causa della presenza di grassi animali. La Soda con dolcificante ha invece il bollino verde perché ha un contenuto calorico limitato. Il risultato è che agli occhi del consumatore, la Soda appare un alimento migliore del latte. “Nell’etichettatura a semaforo ci sono almeno due criticità sotto il profilo strettamente nutrizionale”, spiega al fattoquotidiano.it il professor Giacinto Miggiano, direttore del Centro Nutrizione Umana della Facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università Cattolica di Roma e responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Dietetica del Policlinico Gemelli. “La prima è che l’etichetta fa riferimento solo a calorie, proteine, grassi e sale, mentre in realtà i composti nutrizionali sono 45 – precisa – Inoltre il rosso viene percepito dal consumatore come negativo per la salute in senso assoluto. E cioè senza tener conto delle quantità e della frequenza giornaliera. Di conseguenza c’è il rischio che alimenti con scarsa quantità di grassi vengano interpretati come salutari nonostante magari siano privi di vitamine o di altri composti necessari ad un’alimentazione equilibrata”.

Nel caso in cui il sistema a semaforo venisse adottato nell’Unione, sarebbe difficile per il consumatore fare le scelte giuste. “Sarà necessario soffermarsi a riflettere su valori nutrizionali e quantità consumate”, conclude il professor Miggiano precisando che l’operazione rischia di essere complessa. Meglio sarebbe identificare un meccanismo più immediato che secondo le associazioni dei consumatori, Adoc in primis, deve comunque tener conto dei valori nutrizionali e delle indicazioni di provenienza come la sede dello stabilimento di produzione o di confezionamento. Il modo più facile? Imprimendo sulla confezione una bandierina del Paese d’origine che, per i prodotti italiani, potrebbe quasi trasformarsi nel simbolo della buona tavola mediterranea.

Intanto a Bruxelles la battaglia per l’etichettatura è appena iniziata, con le lobby delle multinazionali che sostengono il sistema a semaforo. Per i grandi gruppi del food, un business mondiale da 570 miliardi di dollari, si tratta del resto essenzialmente di affari in un mercato europeo che conta 700 milioni di consumatori. Per loro è infatti facile “costruire” prodotti meno calorici capaci di conquistare il bollino arancione o verde. Più complessa è invece la situazione dei prodotti doc, che hanno protocolli di produzione specifici dai quali non si scappa. Non a caso l’Italia si è già da tempo opposta alle etichette a semaforo. In una nota dello scorso marzo, il Ministero delle politiche agricole e alimentari aveva sottolineato come “una previsione così semplicistica nella classificazione nutrizionale porta ad identificare molte eccellenze italiane come potenzialmente pregiudizievoli per la salute dei consumatori”. Senza contare che “nel caso dei prodotti dolciari e delle bevande si rischia di spingere l’industria verso un ricorso generalizzato a dolcificanti sintetici”.

L’impatto negativo sull’economia agroalimentare italiana è già evidente nel caso inglese. Secondo un’indagine condotta da Nomisma e commissionata da Federalimentare, in Gran Bretagna le etichette a semaforo hanno già danneggiato alcuni prodotti italiani doc. A soffrire di più è stato il prosciutto di Parma, che, bollato con il rosso, ha registrato una flessione nelle vendite del 14% fra il 2013 e il 2015. Nello stesso periodo il parmigiano reggiano preporzionato ha subito una contrazione delle vendite del 13 per cento. I due dati, come riferisce Nomisma, sono in netta controtendenza rispetto all’andamento positivo nelle vendite degli stessi due prodotti senza bollino. Segno insomma che il semaforo rosso ha il suo effetto sui consumatori indipendentemente dal contributo nutrizionale.