Il calcio italiano non cambia: Carlo Tavecchio sarà presidente della Figc per altri 4 anni. Fino alla veneranda età di 77 primavere, ma “con l’entusiasmo del primo giorno”. Dice lui, che evidentemente è riuscito a convincere pure presidenti grandi e piccoli, delegati noti e sconosciuti. Ha battuto Andrea Abodi, come nelle previsioni della vigilia che già lo davano favorito: il presidente uscente viene rieletto col 54% dei voti. Più che sufficienti per continuare a governare in consiglio federale con margine, insieme a Claudio Lotito e al suo ‘partito’ che per l’occasione ha imbarcato anche gli allenatori di Renzo Ulivieri (vero ago della bilancia di questa elezione) e all’ultimo momento persino gli arbitri.

Dovrà proseguire sulla strada delle riforme, già intrapresa in questi anni in cui ci sono stati risultati positivi (la nazionale, il sistema delle licenze, la crescita a livello internazionale) e negativi (soprattutto la mancata riforma dei campionati). Ora, con un altro mandato davanti e senza nulla da perdere, non avrà più alibi. “Sono orgoglioso di aver vinto in una competizione con un degno avversario. Ora dobbiamo trovare la forza di unire il sistema, per continuare a restituire credibilità al calcio italiano”, le prime dichiarazioni del vecchio e nuovo presidente.

BRIVIDO NELLA SECONDA VOTAZIONE, POI IL SUCCESSO Alla fine non c’è stato nessun testa a testa. Le speranze dell’opposizione, guidata da Abodi e fondata sull’asse Gravina-Ghirelli-Abete, si sono spente ancor prima della prima votazione, quando Marcello Nicchi, il numero uno degli arbitri, ha annunciato a sorpresa il suo sostegno al n. 1 in carica. Lì si è capito che non ci sarebbe stata partita, considerando che Tavecchio aveva già incassato da settimane il preziosissimo appoggio degli allenatori. Infatti già al primo turno il dirigente di Ponte Lambro aveva preso un rassicurante 56,49%. C’è stato solo un brivido, tra la seconda e la terza votazione, quando Tavecchio ha perso misteriosamente un 2,7% di preferenze e Abodi ha ridotto la distanza. Un segnale di come ci siano delle spaccature e dei malumori sopiti all’interno del movimento, con cui il presidente appena rieletto dovrà comunque fare i conti nei prossimi tempi. Ma per il momento la maggioranza era e resta blindata: alla terza tornata (quella decisiva, con quorum del 50%+1) Tavecchio ha tenuto, recuperando anzi qualcosina per il 54,03% finale. E la standing ovation della sua assemblea elettiva.

ABODI: “RICOMINCERÒ ALTROVE” – Per Abodi la sconfitta è netta. “Io gliel’avevo detto di non candidarsi”, sussurra col senno di poi, che è anche quello di prima, Claudio Lotito.  Non è riuscito a rovesciare il sistema, ma neppure a impensierire davvero il suo avversario. “Mi è stato chiesto di candidarmi perché c’era un’esigenza di rinnovamento”, ha spiegato il diretto interessato, forse con qualche rimpianto. “Io ho sempre sperato di poter arrivare a guidare la Lega Calcio”. Anche questo sogno, però, probabilmente resterà proibito: Zamparini all’ingresso in assemblea aveva rilanciato l’ipotesi di una “pax romana”, con Tavecchio rieletto in Figc e Abodi dirottato a Milano in via Rossellini. Ma con la spaccatura tra Serie A e Serie B anche questa strada diventa difficilmente percorribile. Lui, intanto, si è dimesso dalla lega cadetta, e difficilmente potrà ritornarci. “Oggi gioco a calcetto, domani è il mio compleanno. Ricomincerò da qualche altra parte”, conferma, salvo ripensamenti. L’opposizione, quindi, continuerà ad essere affidata ai rappresentanti delle componenti minori. La Lega Pro di Gabriele Gravina e anche di Giancarlo Abete, i calciatori di Damiano Tommasi che però una volta di più hanno confermato di avere scarsa capacità di lettura politica (avrebbero dovuto vedere per tempo la separazione degli allenatori di Ulivieri).

I VINCITORI: DA SIBILIA A LOTITO – La Federcalcio, invece, resterà in mano a chi già l’ha governata, tra alti e bassi, negli ultimi tre anni. Tavecchio, appunto. Cosimo Sibilia, l’uomo di Malagò che ha raccolto la sua eredità nei Dilettanti e, in attesa del suo momento, si è assicurato che l’impero dei ‘peones’ rimanesse fedele al suo vecchio capo. Specie tra la seconda e la terza, decisiva votazione: “Attenzione, attenzione”, ha richiamato all’ordine i suoi 90 delegati, uno per uno. E alla fine ha esultato come e più del presidente eletto. E poi ovviamente c’è Claudio Lotito, sponsor, anfitrione e ‘one man show’ dell’assemblea elettiva di Fiumicino. Con Tavecchio debilitato dalla febbre alta e dalla tensione di una riconferma che gli permetterà di concludere al vertice la sua lunghissima carriera da dirigente sportivo, è stato il proprietario della Lazio a fare gli onori di casa. Monopolizzando le telecamere, sgranocchiando tartine pure dai carrelli riservati ad altri, dispensando suggerimenti e massime filosofiche. Nonostante tutte le polemiche, è ancora lui il padrone del pallone. Un paio di settimane fa, quando la campagna elettorale stava entrando nel vivo, al suo nemico Abodi aveva detto: “Andrè, le chiacchiere stanno a zero: contano i voti”. Ancora una volta ha avuto ragione lui.

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