L’ipotesi più probabile in questo momento è che la trattativa sia morta e sepolta. Dalla mezzanotte di sabato 4 marzo i vincoli che legano Fininvest e Sino-Europe Sports non esisteranno più. Con il passare delle ore sta prendendo corpo la possibilità che la cessione del Milan alla presunta cordata cinese guidata da Yonghong Li sfumi definitivamente. La holding berlusconiana che controlla il 99,93% del club rossonero sembra intenzionata a rifiutare la nuova richiesta di proroga avanzata da SES dopo il mancato versamento dei 320 milioni entro il 3 marzo, atto finale per il passaggio di proprietà. Mancherebbero perfino le garanzie sul bonifico da 100 milioni come nuova caparra – la terza – richiesta come garanzia per posticipare la data dell’acquisto definitivo tra il 31 marzo e il 7 aprile. Gli studi che seguono la cessione sono al lavoro ma se la situazione non si dovesse sbloccare entro giovedì, salterebbe tutto. Nonostante Sino-Europe abbia manifestato nel pomeriggio “disappunto per il mancato closing, dovuto a cause fuori dal nostro controllo”.

Quando B. disse: “Lascerò il Milan in mani sicure”
Fininvest, insomma, non si fida più di Sino-Europe, incapace di trovare i capitali necessari (mancherebbero 160 milioni) nei sette mesi trascorsi dal 5 agosto quando Silvio Berlusconi firmò il preliminare di vendita. “Venderò il Milan solo quando sarò certo di lasciarlo in mani sicure”, ha ribadito più volte da quando la società è sul mercato. Una frase chiave per la tranquillità dei tifosi, che ora sta tornando addosso all’ex cavaliere come un boomerang. Perché quale futuro potranno mai garantire gli eventuali nuovi proprietari se dopo 7 mesi dal preliminare d’acquisto non sono neanche in possesso della cifra che hanno promesso a Fininvest? È su questo che Berlusconi riflette in queste ore, nel corso delle quali sono giunte dalla Cina le smentite di Huarong e China Merchant Bank, segnalate da diverse fonti di stampa come componenti della cordata. I dubbi dell’ex cavaliere, tanto legittimi quanto tardivi, fanno sorgere diverse domande. Alle quali Fininvest avrebbe il dovere di rispondere ai suoi tifosi.

Fininvest conosce l’architettura di SES?
In primis: da mesi si inseguono indiscrezioni di stampa su chi sono i compagni d’investimento di Yonghong Li. Ipotesi mai smentite né confermate da Fininvest. La holding della famiglia Berlusconi conosce davvero chi si cela dietro SES? Sa quindi chi c’è oltre a Yonghong Li, misteriosa figura che in Cina, secondo il Corriere della Sera, avrebbe messo in piedi negli anni Novanta una colossale truffa nei confronti di 18mila risparmiatori? Oppure, se l’operazione di acquisto del Milan è completamente finanziata (a debito) da istituti di credito, perché ha ritenuto finora questa architettura una garanzia sufficiente per la gestione del club? E ancora: Fininvest non ha avuto modo in questi mesi di verificare credenziali e affidabilità di Yonghong Li?

Il precedente di Mr. Bee
Una situazione simile si era già vista con Bee Taechaubol, intermediario thailandese per conto di investitori mai annunciati ufficialmente. Mr. Bee apparve sulla scena nel 2015 annunciando di voler acquistare il 100 per cento del club, ma in breve tempo finì con l’accontentarsi della minoranza e con il trascorrere dei mesi il suo piano si dissolse nel nulla. Berlusconi spiegò che i compagni di strada di Taechaubol erano stati messi in difficoltà dalla crisi dei mercati finanziari asiatici, mentre i ritardi di SES sono stati imputati anche alla stretta di Pechino alla fuga di capitali dalla Cina. Alla fine l’ipotesi Mr. Bee venne scartata dopo essersi raffreddata nel corso dei mesi, durante i quali il thailandese aveva anche perso per strada i suoi consulenti della Tax and Finance. La società svizzera faceva capo al fiscalista Giuseppe Baroni, finito al centro di un’inchiesta della Procura di Milano per la creazione di fondi esteri e citato (non fu mai indagato) negli atti del processo sulla rete off-shore di Fininvest, costata una condanna definitiva a Berlusconi per frode fiscale nel 2013.

Ora Yonghong Li: possibile che il Milan non abbia appeal su acquirenti seri?
Mentre Bee scompariva, Yonghong Li iniziava a prendersi il palcoscenico. Il punto di continuità tra i due è lo stesso: la riservatezza attorno ai nomi degli appartenenti alla loro cordata. “I cinesi ci mettano la faccia”, ha ribadito oggi l’avvocato Giuseppe La Scala, rappresentante dei piccoli azionisti del club, prima dell’assemblea che avrebbe dovuto ratificare il passaggio di proprietà e si è trasformata in un incontro pro-forma per ufficializzare il rinvio del closing. La richiesta di trasparenza è legittima dopo sette mesi nel corso dei quali nessuno ha potuto sapere qualcosa in via ufficiale riguardo i futuri proprietari del Milan. Nel frattempo SES ha versato 200 milioni di euro sui conti di Fininvest. Come svelato da Calcio&Finanza a gennaio, almeno cento sono arrivati, tramite diversi passaggi, dalla Willy Shine Interational Holdings Limited con sede a Tortola, nelle Isole Vergini britanniche, uno dei paradisi fiscali più noti al mondo. Se la trattativa dovesse arenarsi, le caparre rimarrebbero in pancia a Fininvest che da due anni sta cercando di vendere il Milan, ma non riesce a trovare un interlocutore affidabile. Una ricerca andata a buon fine per Moratti e poi Thohir con l’Inter, ora controllata da Suning. E lo stesso si può dire di almeno altri quindici club europei, anche con molto meno appeal dei rossoneri.