Samuele Bersani è tornato. E quanto se ne sentiva il bisogno. Dopo un anno, circa, di attesa, con un rinvio dovuto a problemi di percorso per un cantante, ecco che il La fortuna che abbiamo tour sbarca a Milano, carico di tutta quella musica sghemba e bellissima che è il regalo che Bersani sta, da oltre venticinque anni, facendo alla musica italiana. Un cantautore nel senso più profondo e moderno del termine.

Uno che ha sempre giocato in sottrazione, almeno sul fronte del presenzialismo, tanto quanto ha spinto sul massimalismo sul fronte dello sperimentalismo linguistico in musica. Le parole delle sue canzoni, parole che la folla accorsa al Teatro Arcimboldi ha costantemente cantato in coro, ci raccontano storie di personaggi caduti sul pianeta Terra, e che sul pianeta Terra si muovono con la leggerezza goffa con cui lo stesso Bersani si muove sul palco. Perché, diciamolo senza indugi, il cantautore di Cattolica scoperto da Dalla nel 1991, in maniera che esplicitata da altri potrebbe sembrare naïf, ma che portata in giro da lui è pulsante e credibile, riesce nel giro di pochi secondi a strappare sorrisi e lacrime, divertimento e commozione, proprio per una genuina attitudine, per una incapacità di mediare anche solo i movimenti, figuriamoci le emozioni, lì senza pelle davanti a tutti.

Tempo fa scrivevo che En e Xanax, una delle sue ultime canzoni divenute manifesto della sua poetica, è canzone capace di farci il cuore a pezzi. Una frase che potrebbe sembrare smielata, eccessivamente romantica, adolescenziale. Ma non c’è altro modo di raccontare questa storia, e il modo in cui Bersani la racconta in musica, se non ricorrendo a una immagine tanto abusata e riproponendola con lo stesso candore con cui, lui, è in grado di raccontarci le fragilità e l’immenso amore dei due ragazzi protagonisti.

A inizio concerto Bersani, quasi a giustificarsi per la sua assenza, ha parlato al pubblico. A lungo. Ha spiegato come, nel corso di questa lunga assenza, abbia rivisto alcune cose, a partire da quel che avrebbe voluto dal pubblico durante il concerto. Questo si è tradotto in un lungo abbraccio, un coinvolgimento sincero. E forte di questo calore, Bersani si è dato senza mai tirare il freno, cantando le sue storie appoggiate su metriche apparentemente spericolate, su melodie capaci di aprirsi, talento quello di scrivere melodie e armonie così, proprie dei veri compositori, lasciando che ogni persona presente in sala avesse libero accesso al suo malinconico e al tempo stesso buffo immaginario.

Accompagnato da una band di tutto rispetto, polistrumentisti disposti a giocare a ogni brano, passando dalle chitarre al banjo, all’ukulele, dal flauto al sax, Bersani ha messo sul piatto tutte le sue canzoni più famose e amate, con alcune chicche ripescate dal pubblico attraverso una specie di sondaggio lanciato sui social. Tra queste anche La fortuna che abbiamo, canzone che non ha trovato il successo che meritava, ma che mette in scena proprio quelle caratteristiche letterarie e compositive di cui si diceva poc’anzi.

Bersani, classe 1970, rappresenta, insieme a Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Max Gazzè e Federico Zampaglione dei Tiromancino, una delle poche soddisfazioni della mia generazione, una generazione schiacciata dalla presente, incapace di farsi da parte, di lasciare spiragli, in ogni campo del sociale, e con sotto l’abisso della contemporaneità, un grande buco nero che omogeneizza tutto e lo fa appiattendo lo scenario emotivo e artistico, come se esistesse solo la superficie. Il suo primo album, datato 1992, si intitolava C’hanno preso tutto. Fortunatamente, almeno in musica, non è così. La fortuna che abbiamo ad avere cantatori come lui, per dire.