Fabo è partito, lanciando una parola che brucia. “Vergogna” a quel Parlamento che si dimostra incapace di legiferare sul fine vita. Vergogna a deputati e senatori che non si assumono le loro responsabilità.

Dunque la parola torna al Parlamento italiano, che sta tirando in lungo l’approvazione di una buona legge sul testamento biologico con il rischio di creare un pasticcio giuridico. Come denuncia “Noi Siamo Chiesa”, l’organizzazione dei cristiani di base: “Il testo positivo votato in gennaio dalla commissione Affari sociali della Camera è stato modificato e peggiorato. Ne andrà in aula uno, che prevede che il testamento biologico non potrà essere contrario alla deontologia professionale”. Con il pericolo che poi “si avvierà una campagna che usi la deontologia per non rispettare i testamenti”. Un sabotaggio travestito da obiezione di coscienza.

Va detto subito che testamento biologico e suicidio assistito (eutanasia) sono due cose distinte. Nel primo caso si tratta di interrompere trattamenti che prolungano una vita altrimenti destinata a finire. Nel secondo caso si tratta di interrompere un’esistenza, che un uomo o una donna giudicano intollerabile per sofferenze fisiche e psichiche.

Oggi in Italia il primo punto in agenda è il testamento biologico, una vicenda che si trascina da dieci anni e per la quale – politicamente – invocare oggi l’opposizione di una istituzione chiamata indistintamente “Chiesa” è solo un alibi. Certo che esistono parlamentari cattolici integralisti che si richiamano a dichiarazioni di esponenti della Cei o a una generica “tradizione”. Ma per chi vuole impegnarsi per mandare in porto la legge sul testamento biologico questo è unicamente un alibi.

In primo luogo perché il mondo cattolico da decenni è profondamente secolarizzato, laicizzato e radicato nella convinzione della libertà di coscienza e di scelta. Non esiste più da circa mezzo secolo un cattolicesimo monolitico. Esiste invece al suo interno una pluralità di opinioni e la maggioranza dei cittadini cattolici è a favore del testamento biologico così come era a favore delle unioni civili.

In secondo luogo in seno alla teologia anche ufficiale sono maturate in questi anni posizioni chiaramente contrarie all’accanimento terapeutico. Quindi è inutile e indecente che parlamentari opposti alla legge si nascondano dietro a una “Chiesa” indistintamente evocata.

In terzo luogo con l’elezione di papa Francesco è finita l’era wojtyliana-ratzingeriana-ruiniana in cui il Vaticano e la Cei intervenivano direttamente e volutamente nel processo legislativo italiano, anche violando la legge con l’appello all’astensione in occasione del referendum sulla procreazione assistita. Il Vaticano di Francesco non intrattiene più legami sistematici con i partiti politici italiani per bloccare o orientare una legge.

In effetti l’Italia, come altri paesi europei, è entrata dal punto di vista confessionale in una “realtà di mosaico”. Bisognerà abituarsi allora a sentire voci di cattolici integralisti ed espressioni di cattolici adulti che affrontano laicamente i problemi. Ci saranno esponenti della Cei che parlano in un modo, e vescovi come mons. Matteo Zuppi di Bologna che con delicatezza ha accompagnato l’ultimo viaggio di Fabo: “Sulla sofferenza personale, sulle difficoltà che sono purtroppo cosi evidenti per chi è affetto da quella malattia, c’è soltanto la solidarietà e la vicinanza”. Aggiungendo rispettosamente che “la vita è sempre importante, è sempre bella”. Non è il tono di chi vieterebbe funerali religiosi a Fabo o chiunque avesse fatto la sua scelta come avvenne tristemente, quando i familiari di Welby si videro impedire dal cardinale Ruini le esequie in chiesa di Piergiorgio (la stessa chiesa che nel 2015 ospiterà lo sfarzoso funerale del boss della malavita romana Vittorio Casamonica).

Diverso è il caso del suicidio assistito: più giusto chiamarlo così. Eutanasia è una parola che abbellisce e maschera. Mentre infatti, con il testamento biologico si interrompe un trattamento medico che in pratica non fa altro che posticipare un fine vita già incombente, l’operazione eutanasica – il suicidio assistito – invece, è caratterizzata dalla volontà individuale di porre fine alla propria esistenza considerata non più sopportabile, a prescindere da una malattia, chiamiamola così, mortale.

C’è un’antica tradizione, che attraverso i secoli ha rispettato ed esaltato chi si toglie la vita in nome della libertà e dei propri valori. In questo senso “libertà” significa anche interrompere un’esistenza considerata intollerabile per dolori, impedimenti, impossibilità di viverla normalmente. Ma è un tema che non si può affrontare con slogan. Uscendo dallo schema che per duecento anni ci ha accompagnato – lotta della laicità contro il dogmatismo delle Chiese – bisognerà abituarsi a un confronto civile e ragionato tra posizioni filosofiche, religiose, etiche e valoriali diverse. Il pluralismo è questo.

Per quanto riguarda il cattolicesimo si avverte una doppia dimensione. Una che nasce da una storia secolare: la tradizione della sacralità della vita. L’altra ispirata a una preoccupazione inserita nel futuro. Mary Ann Glendon, già presidente dell’Accademia delle Scienze pontificia, notava che uno dei problemi di massa del XXI secolo sarà (almeno in Occidente) l’invecchiamento “difficile” di centinaia di milioni di persone. Che cosa succederebbe se nei tanti anziani che vegetano (così è purtroppo) in case di riposo pubbliche e private, si instillasse gradualmente in loro l’idea che è meglio decidere “autonomamente” di farla finita?
E’ un interrogativo su cui riflettere.