Un caso di inaudita sciatteria (chiamiamola così). Negligenza, errore, sgomento. Non sappiamo esattamente chi debba rispondere di un tale inadempimento di giustizia. Ma sappiamo certamente chi non ne debba rispondere, non gestendone il funzionamento delle cancellerie, degli ufficiali giudiziari e l’agenda dei magistrati, nonché la gestione dei processi (di esclusivo potere dei magistrati), insomma dell’organizzazione del sistema Giustizia: gli avvocati.

Mi riferisco al caso di violenza sessuale nei confronti di una bambina (che ora ha 27 anni), il cui autore è stato poc’anzi prosciolto per intervenuta prescrizione in quanto ci son voluti nove anni perché il processo potesse iniziare in appello (e 20 in totale). Un uomo condannato a 12 anni in primo grado, graziato dalle negligenze del sistema giustizia, con l’imbarazzato commento del giudice della Corte d’Appello (Paola Dezani) che ha dovuto emettere la sentenza: “Questo è un caso in cui bisogna chiedere scusa al popolo italiano”. E di quello altrettanto imbarazzato del presidente della corte d’Appello Arturo Soprano: “Si deve avere il coraggio di elogiarsi, ma anche quello di ammettere gli errori. Questa è un’ingiustizia per tutti, in cui la vittima è stata violentata due volte, la prima dal suo orco, la seconda dal sistema”. Il processo è durato troppo in primo grado, dal 1997 al 2007 e “poi ha atteso nove anni per essere fissato in secondo”. E del magistrato che ha sostenuto la pubblica accusa, con “il rammarico della procura generale per i lunghi tempi trascorsi”.

Un caso emerso che nasconde dietro di sé centinaia, se non migliaia, di casi di analogo orrore. Casi silenziati, invisibili, che nascondono vite distrutte, spezzate, diritti negati, esistenze compromesse, destini cambiati. Persone cancellate dal “sistema”, come lo ha chiamato il dottor Soprano.

Ma bisogna avere il coraggio di spiegare che il sistema non è astratto, non è privo di volti, di nomi. E’ composto da persone, da funzioni, da ruoli, da scelte e da non scelte, da dimenticanze, da negligenze, da imperizie. E sarebbe l’ora di iniziare a dare un volto e un nome a queste responsabilità. Poiché il sistema conta proprio sull’impunità, sull’anonimato. Per continuare ad autoalimentarsi. Ed allora chi sbaglia paghi. Ed il Guardasigilli avvii subito un’ispezione e vada fino in fondo.

In questa vicenda poi s’inserisce un’informazione distorta che alimenta confusione e l’odio di “genere” verso tutto ciò che appartiene al sistema giustizia. Spiace che nello scivolone sia caduto Massimo Gramellini, icona del giornalismo (da poco passato da La Stampa al CorSera), il quale, nel suo spazio quotidiano, “Il caffè”, scrive che “in questo Paese ognuno ha diritto al suo quarto d’ora di indignazione, poi tutto andrà avanti come prima: gli avvocati daranno la colpa ai magistrati, i magistrati ai politici. E nessuno penserà più al cuore devastato di una donna di ventisette anni, che da venti attendeva una riparazione”, lasciando così intendere che gli avvocati possano avere giocato un ruolo in questa triste vicenda.

Purtroppo, seppure sia vero che gli avvocati possono assumersi enormi responsabilità (e al contempo possono essere pure chiamati a risponderne, con assai maggiore facilità rispetto a un magistrato) nell’avvio brillante o meno di una causa (scegliendo una strategia piuttosto che un’altra, trascurando scelte fondamentali per la difesa, o facendo decorrere termini che per essi son sempre perentori mentre putacaso per i magistrati son sempre ordinatori), così pure contribuendo a determinare il buon esito o meno di un processo, gli avvocati non governano in alcun modo il processo. Non hanno dunque alcun potere e titolo nel decidere chi sarà il giudice (o il collegio) giudicante, i tempi nello svolgimento del processo, i suoi rinvii (spesso immotivati), le riserve nel decidere (di durata incerta, spesso di mesi e in alcuni casi anche ben oltre un anno), gli adempimenti dei cancellieri e degli ufficiali giudiziari che devono notificare gli atti, le dimenticanze, le omissioni. Gli avvocati, quindi, non hanno alcun effetto causale su ciò che determina la durata o meno di un processo.

Pertanto, lasciar intendere, suggerire che ci sia un rimpallo di responsabilità tra magistrati e avvocati in questo caso o in altri, sulla durata e conclusione di un processo, è destituito di ogni fondamento e non fa altro che alimentare un sentimento di gretta sfiducia verso l’avvocatura. Che ha altre responsabilità, ma certamente non questa.