La mossa è stata di quelle spiazzanti: “Se ci aggiudicheremo l’Ilva, utilizzeremo il preridotto e altre soluzioni tecniche basate sul gas”. Poi lo zuccherino per gli ambientalisti: “Faremo tornare blu il cielo e pulita l’aria di Taranto, elimineremo sostanze nocive cancerogene, conseguenza dell’uso del carbone”. Sajjan Jindal, presidente di Jindal South West – società indiana che in cordata con la Cassa depositi e prestiti, la Delfin di Del Vecchio e Arvedi è interessata all’acquisto del siderurgico di Taranto – ha piazzato la zampata sulle pagine del Sole 24 Ore. Tanto da costringere i competitor di ArcelorMittal, che sono della partita assieme al gruppo Marcegaglia, a rispondere a stretto giro: “Siamo sorpresi. Sfortunatamente, nonostante siamo consci che molti vorrebbero sentirsi dire che ciò è possibile, la nostra esperienza ci insegna il contrario”. La corsa all’acquisto dell’impianto tarantino (offerte da presentare entro il 3 marzo, traguardo fissato in autunno dopo cinque rinvii) ha subito uno scossone che ha fatto esultare il governatore della Pugdlia Michele Emiliano, da tempo impegnato nella sponsorizzazione del progetto di decarbonizzazione. “Tutte le bugie che sono state dette in passato sono saltate in un lampo – ha commentato – È un passo avanti gigantesco”. In realtà, la ‘decarbonizzazione’ vera e propria non è prevista: Jindal ha spiegato che metà della nuova produzione sarà a gas ma è previsto un raddoppio delle quantità di acciaio prodotto, quindi tutto il carbone utilizzabile verrà sfruttato. Almeno in un primo momento, che durerà anni.

Come funziona la produzione a gas e dove si utilizza già – Resta la novità: “L’utilizzo del gas in siderurgia in sostituzione del carbone non è una chimera o una fantasia irrealizzabile – ha detto il numero uno di Jindal – È una realtà tecnologica e industriale che applichiamo da tempo nelle nostre acciaierie in India”. E non solo, visto che il gruppo interessato all’acquisto dell’Ilva ha uno stabilimento di questo tipo anche in Oman. La parola chiave è ‘preridotto’. Di cosa si tratta lo spiega il professor Carlo Mapelli, ordinario di siderurgia al Politecnico di Milano: “E’ un semiprodotto di ferro che viene realizzato a partire dai minerali di ferro grazie all’utilizzo di gas – dice a ilfattoquotidiano.it – Tecnicamente è anche detto ‘spugna di ferro’ poiché si tratta di palline di ferro che hanno l’aspetto morfologico della pietra pomice. Il preridotto viene scaldato e fuso per produrre acciaio”. Il ciclo che prevede l’utilizzo del preridotto è meno inquinante dell’attuale sistema utilizzato dall’Ilva: “L’altoforno che produce la ghisa verrebbe sostituito dall’apparecchio di preriduzione, mentre il forno elettrico prenderebbe il posto dei forni convertitori a ossigeno che trasformano la ghisa in acciaio”. Un processo davvero fattibile a Taranto? Secondo Mapelli, sì. “Altrove si lavora già in questa maniera. Lo stabilimento jonico dovrebbe ispirarsi per tipologia di prodotti e di impianti al siderurgico di Monterrey, in Messico, che utilizza una tecnologia italo-messicana”. Lo stabilimento sudamericano basa la propria produzione su “impianti di preriduzione moderni, che utilizzano gas già nel preriduttore senza necessità di particolari trasformazioni”, spiega il docente del Politecnico.

La variabile prezzo e la proposta di Emiliano – Il Messico, però, come altri Paesi in cui il gas in siderurgia rappresenta un combustibile consolidato, ha un vantaggio: è un produttore della materia prima. “Questo è vero, ma oggi i costi del gas sono visibili in maniera trasparente sul mercato di Amsterdam: circa 18 centesimi al metro cubo – continua il professore – È evidente che producendo acciaio in quantità rilevanti, un contratto di lungo termine ne abbasserebbe il prezzo qualora la cordata che acquisterà Ilva dovesse davvero essere interessata a utilizzarlo come combustibile. Anche perché la concorrenza tra i fornitori è alta”. In questo contesto si innesta la proposta di Emiliano, che continua a auspicare l’utilizzo del gas importato dal consorzio Tap e, fino al completamento dell’opera, da Snam, rivisitando le “previsioni gestionali”. Secondo il progetto sviluppato su input del governatore della Puglia, l’Ilva avrebbe bisogno di circa 3,5 miliardi di metri cubi di gas all’anno, il 17,5 per cento della portata a pieno regime del Tap. “Il gasdotto che giungerà in Puglia rappresenta una risorsa importante – commenta Mapelli – perché potrebbe favorire la concorrenza, spingendo i fornitori ad abbassare i prezzi. La diretta conseguenza sarebbe una maggiore stabilità nel costo che devono sopportare i compratori”.

I tempi, i costi e le ricadute sull’occupazione – Il progetto di cui parla Jindal, che nell’intervista ha sostenuto di voler andare avanti indipendentemente dalla disponibilità degli 1,3 miliardi sequestrati ai Riva, non sarebbe comunque fattibile a stretto giro. Esistono tempi tecnici legati alla costruzione e alla messa in esercizio degli impianti di preriduzione che il professore del Politecnico quantifica in “almeno 28-36 mesi” e in ogni caso “di certo la trasformazione non può essere immediata: si può partire e poi continuare lo sviluppo nel tempo”. Un aspetto, del resto, già chiarito da Jindal che, stando a quanto detto a Il Sole, conta di arrivare a una produzione “fra i 10 e i 12 milioni di tonnellate all’anno, in un arco temporale compreso tra i 3 e i 5 anni”. Circa la metà sarebbe affidata alle tecniche tradizionali sfruttando quanto l’Aia dell’Ilva concede, mentre l’altra parte “con tecniche alternative, fra cui l’utilizzo diretto del gas nel processo produttivo, il preridotto e il forno elettrico ad arco che consentirebbe di dare maggiore flessibilità ai livelli produttivi”.

E l’aspetto occupazionale, già dibattuto per la cassa integrazione ormai imminente? “Con tecnologie più moderne servirebbe meno personale, ma viste le quantità di acciaio di cui si parla, parte della manodopera dovrebbe passare dalla parte primaria di produzione alla lavorazione dell’acciaio”, spiega Mapelli. Un processo tuttavia non automatico: “L’Ilva può rimanere sugli stessi livelli occupazionali e cambiare processo produttivo se sarà capace di riconquistare settori, come i tubi, dai quali era uscita già con i Riva. Quello stabilimento ha la possibilità di produrne circa 1,5 milioni di tonnellate all’anno. La chiave di tutto risiede nei livelli produttivi: se sono buoni e di elevata qualità, si innesca un circolo virtuoso”. Del resto, la prospettiva di utilizzare il gas a Taranto non è una novità assoluta: “Gli ex commissari Enrico Bondi ed Edo Ronchi avevano fatto dei calcoli – ricorda il docente – che chiarivano come il processo fosse sostenibile sotto il profilo ambientale ed economico”. Quel progetto venne‘silurato. “In Italia siamo un po’ provinciali nelle valutazioni”, commentò anni dopo Ronchi. In India devono pensarla allo stesso modo, almeno un po’. Ma per una vera decarbonizzazione e il ‘cielo blu’, Taranto deve ancora aspettare.