Come sempre accade quando un amico caro, persona per bene, competente, umile, generosa nel mettere a disposizione il suo valore e il suo sapere, se ne va, è come se anche una parte di te se ne andasse via con lui. E resti più povera, dentro.

Ivan Cicconi, l’ingegnere civile nato a Fermo, nella mia città, dove tornava ogni volta che poteva per riviverla passeggiando fra i vicoli, assaporando quell’odore, mai smarrito, degli anni dell’infanzia e della giovinezza. A Fermo, dove si era diplomato all’Istituto Tecnico Montani, il primo in Italia ad unire teoria e pratica grazie ai suoi laboratori e, dove si era iscritto, dapprima alla Fgci e poi al Pci. Figlio di un ebanista e di una cuoca, Ivan, era rimasto comunista. Una parola che, nel tempo in cui tutto è divenuto uguale senza distinzione, richiama giustizia ed equità sociale.

Era un uomo semplice, mai sopra le righe e inflessibile nella difesa di quel bene comune a cui si dedicava con passione. Quante volte sono stata ospite della sua casa bolognese prima, e anche dopo, che sposasse Enrica Selvatici, avvocatessa, ex assessore ai Lavori pubblici come indipendente del Pci, della Regione Emilia-Romagna. L’ultima volta che ci siamo visti, nella mia casa di Fermo, il 24 agosto scorso, la notte del terremoto. Poi l’11 settembre quella caduta alla stazione di Bologna mentre con Enrichetta (come la chiamava lui) stava andando a trovare i nipoti a Milano. Poi il peggioramento.

Quante battaglie vissute assieme, lui a spiegarmi, io a denunciare scrivendo. Dalla Tav alla Quadrilatero al Ponte sullo Stretto di Messina alla grande truffa del project financing grazie alla legge Obiettivo voluta dall’ex ministro Lunardi. Ivan aveva un forte senso di appartenenza e per questo non risparmiava la sua parte politica, come accadde con le cooperative rosse, quando doveva portare alla luce scandali e maneggi. La trasparenza che perseguiva faceva parte del suo modo di essere.

Ricordo che un giorno uno dei magistrati di Mani Pulite mi disse: per capire il metodo devi leggere La storia del futuro di Tangentopoli dell’ingegnere Cicconi, per noi è una bibbia. Gli risposi, con orgoglio, lo conosco, Ivan è un mio caro amico. Sì, andavo fiera della sua amicizia, come raramente accade. E ogni volta che al telefono sentiva la mia voce esclamava: “Sandrocchia, cosa stai combinando?”, ben sapendo che avevo bisogno del suo prezioso sapere, mai disgiunto dall’umanità. O, quando, lui che collaborava con Libera, dopo aver letto un mio pezzo sulla mafia, mi chiamava per farmi i complimenti.

Mi restano le lacrime appiccicate addosso, condivise ieri sera con la tua Enrichetta che, fino al tuo ultimo respiro, ha sperato che potessi risvegliarti. Ripeteva: “Non ce l’abbiamo, fatta, Sandra, a salvarlo”. Mi mancherai, Ivan, mancherai a chiunque non si accontenti e conservi ancora la tua stessa indignazione per le ingiustizie e il tuo stesso stupore, la sola forza per non arrendersi.

La camera ardente sarà allestita mercoledì 22 dalle 13 alle 14,30 al Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna dove si svolgerà la Liturgia della parola con don Luigi Ciotti

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