La prima parte di questa serie sull’esecrato 1% di super ricchi ha galvanizzato le ubbie dei sanculotte da tastiera, impavidamente all’avanguardia di oniriche sommosse (altrui), a condizione di rimanere sbracati sul divano di casa. In realtà il post precedente costituiva una preliminare opera di disinfezione dalle purulente pseudo certezze inculcate attraverso gli slogan del webbe.

Questa seconda puntata, la cui lettura sconsiglio a chi ha trovato la pace del buon senso nella reeete, spiega come i numeri riportati nelle statistiche, al contrario di quelli riportati sul conto del salumiere, richiedono un’attività encefalica (con una elle) leggermente più articolata di una sbraitata di Salvini o un tweet di Fassina.

Diversi lettori nei loro commenti alla prima puntata hanno individuato un punto critico dal quale riprendere il discorso: i componenti del nucleo famigliare. Ad esempio veniva sottolineato che in Italia un single che guadagna 28.000 € netti rientra comodamente nel top 1%. Ma un capofamiglia con lo stesso reddito e tre persone a carico scivolerebbe ad di sotto del 17%. Idem per la casa di proprietà o altro patrimonio.

Assolutamente corretto. Ad esempio io in 5 anni ho messo al mondo tre figli. Se i dati aggregati dividessero il mio reddito per i componenti del nucleo familiare sarei passato dall’Empireo dell’1% al Purgatorio della classe media, atrocemente impoverita, come ci viene inculcato ad ogni stormir di statistica. Però la morte di mia madre – nota plutocrate in quanto proprietaria di casa e percettrice di pensione dopo 45 anni di contributi – ha ridotto un po’ gli squilibri sociali, con somma gioia nel Clan dei Fiketty adusi a sniffare numeri a pieni polmoni ideologizzati.

Analogo fattore chiave nella valutazione della concentrazione di ricchezza (cosa diversa dalla sperequazione dei redditi) dipende da come viene intestata la casa di residenza. Se due coniugi l’hanno in comproprietà (come di default prevede il diritto di famiglia italiano) le statistiche registrano probabilmente due individui di classe media. Se è intestata a uno solo (perché hanno scelto il regime di separazione dei beni) registrano un ricco e un povero. Se la intestano al figlio (e magari si tengono l’usufrutto) registrano un ricco e due indigenti.

Ad esempio in un’ipotetica società dove tutte le famiglie fossero formate da nuclei di cinque persone in cui il padre ha la proprietà della casa (e il patrimonio immobiliare è l’unica forma di ricchezza) le statistiche registrerebbero che il 20% della popolazione concentra tutto nelle proprie mani mentre il resto è povero in canna.

E’ un’ovvietà? Senza dubbio. Ma l’Istat quando compila le statistiche sulla povertà in Italia ricorre scientemente a questi artifizi per instillare il messaggio pauperistico subliminale.

I poveri, guarda caso, sono concentrati nei nuclei familiari più numerosi (specie al Sud). Pertanto il compagno Presidente dell’Istat, per debellare la povertà, dovrebbe suggerire al governo la distribuzione gratuita di profilattici alle masse diseredate. Pazienza se insorgerebbe Bergoglio – sempre sensibile alla redistribuzione del reddito dalle floride casse dell’Ospedale Bambin Gesù ai cardinali emaciati e mendìci (o mendaci).

Strettamente legato al fattore familiare esiste un’altra dimensione chiave: la distribuzione della popolazione per classi di età. Sandro Brusco aveva brillantemente messo in luce questo fenomeno (e molti altri), con semplicissimi calcoli, in un geniale post su Noise from Amerika: Le disuguaglianze della ricchezza in una società di uguali.

Brusco descriveva un paese immaginario, Rawlslandia Superiore “in cui tutti i cittadini sono perfettamente uguali. Ciascun cittadino vive esattamente 80 anni, ma per i primi 20 non forma famiglia a sé e non percepisce redditi. Per 40 anni lavora e per 20 percepisce la pensione”. In questa società iperegalitaria nel reddito “… il 10% più ricco ha una ricchezza che è spaventosamente più grande (più di 20 volte più grande!) del 10% più povero”. E concludeva: “Credo possiamo essere tutti d’accordo che questa disguaglianza nella distribuzione della ricchezza, in questa società, non dovrebbe turbare i sonni nemmeno dell’egualitarista più incallito. In altre parole, guardare alla ricchezza in questa società per stabilire l’effettivo livello di disuguaglianza è estremamente fuorviante”.

Infine, se volessimo verificare la nostra posizione, non a livello globale ma nel paese in cui viviamo, esistono siti simili a Global Rich list ad esempio Wealthometer. Negli Usa una coppia che abbia una casa di proprietà, auto, altri beni durevoli per 400mila dollari e attivi finanziari per 100mila dollari (50mila a testa) fa parte del 15% più ricco. A questo link potete fare i calcoli relativi all’Italia. Poi ci sono i siti tipo Financial Samurai che per le classifiche della ricchezza e del reddito tengono conto dell’età. Su Inequality.org trovate altre interessanti risorse in materia.

In definitiva, la distribuzione della ricchezza e del reddito sono argomenti dalle innumerevoli sfaccettature, che mal si prestano sia ai confronti internazionali che all’interno dello stesso paese. Questo post ha sviscerato solo due fattori chiave, la composizione delle famiglie e il profilo demografico della popolazione. Ma ci sono ancora molti argomenti, spiazzanti, ad esempio sul reddito netto e lordo oppure il rapporto Oxfam, che riservo per la prossima puntata. Il novero delle sorprese è praticamente inesauribile.

continua…