Sedici anni, 10 grammi di hashish, scuola, Guardia di Finanza, famiglia, bliz antidroga. SUICIDIO. Queste, sono solo alcune delle parole chiave del drammatico fatto accaduto a Lavagna il 13 febbraio. Le più evidenti forse, anche se in realtà ce ne sono molte altre meno immediate che sarebbe necessario invece riportare in superficie mentre rischiamo di cadere in tutti quei luoghi comuni che il proibizionismo spicciolo ci sottopone ogni giorno. Invece io vorrei elencarne altre: ascolto, informazione reale, attenzione, dialogo alla pari, autodeterminazione della persona, uso consapevole, riduzione del danno, e non ultima legalizzazione (che non significa “liberalizzazione”).

Di contro, a tragedia consumata, mi ritrovo a leggere questo: “I controlli li facciamo in tutte le scuole e ora sarebbe sbagliato interromperli dopo questa tragedia. Ce l’ha chiesto anche la mamma di andare avanti, perché dobbiamo salvarli questi ragazzi” (Emilio Fiora, Comandante del primo gruppo della Guardia di Finanza da cui dipende la compagnia di Chiavari che ha eseguito il blitz).

Tale perseveranza, e convinzione di intenti, a me appare paradossale nonostante mi renda conto sia un “sentire comune” del contesto sociale e politico in cui viviamo. Credete davvero di avere il “dovere” di “salvarci” tutti? Al Comandante Fiora rispondo con Paulo Freire. Nessuno si libera da solo, nessuno libera l’altro, ma ci si libera INSIEME. Chi ha la presunzione di “salvare” qualcun altro, è fuori dalla realtà. Se poi pensa di “salvare” dei ragazzini andando nelle scuole con i cani antidroga… io dico che si è persa la rotta. Anzi, direi piuttosto che chi ha legiferato in questi anni, e chi quelle leggi le pratica, non ha mai neppure voluto provare a prendere in mano una bussola. A scuola entrano i cani e gli uomini in divisa, ma raramente si fanno entrare persone capaci di dialogare apertamente con i ragazzi, senza tabù o pregiudizi. Siamo un paese in cui fa fatica ad entrare nelle scuole anche l’ArciGay!! Ognuno tragga le proprie conclusioni. Siamo un paese bigotto, limitato dalla sua falsa morale, presuntuoso e becero nella sua ostinazione a navigare nella superficialità. Pare sia stata la madre ad aver chiamato la Guardia di Finanza, ma non entrerò in questo aspetto volontariamente. Perché troppo delicato, e il rischio è quello di giudicarla. Una madre probabilmente senza strumenti. Ci sono aspetti che è necessario affrontare nella riflessione profonda e non dalla pancia. Le responsabilità sono sociali e politiche. Questo è il problema di fondo.

Parole dure arrivano ieri su quanto accaduto anche dalla Comunità San Benedetto al Porto di Genova, che da più di quarant’anni si occupa di dipendenze ed emarginazione fuori da dinamiche repressive, costrittive, e di giudizio. È Domenico Chionetti a scrivere, mentre denuncia l’ennesimo paradosso: “Queste modalità si ripetono quotidianamente in centinaia di Istituti scolastici Italiani. Non ci sono logiche educative, nessuna mediazione solo reprimere e colpire con la paura” – e aggiunge – “Lavagna da un punto di vista politico istituzionale è stata ed e’ tuttora “una montagna di merda” per dirla con le parole di Peppino Impastato. Un Comune che si è “autosciolto per mafia, e dove il sindaco finì ai domiciliari; dove i fratelli ‘ndranghetisti Nucera governano ampiamente il mercato di droga e prostituzione. In una città così e in periodi di scarse risorse per le forze dell’ordine ci chiediamo se debbano ancora impiegare il loro tempo in questo modo”. Fabio Scaltritti, presidente della Comunità, non ci va certo più leggero: “Tempo e denaro sprecati. E se, come ribadito più volte dalla Guardia di Finanza, l’obiettivo è quello di tutelare i minori, questo è evidentemente scentrato, anzi, tragicamente capovolto” e aggiunge “la punizione e il divieto rappresentano ancora oggi due delle pietre pesantissime sulle quali si costruisce lo stigma e la condanna sociale. E si producono vittime. La regolamentazione della cannabis non è più derogabile”.

In tutto questo, la Conferenza Nazionale sulle droghe, prevista per legge ogni tre anni, non viene convocata da nove. “Educare e non punire”, ce lo ricorda Chionetti nel suo scritto di ieri, e questo ho sempre sentito uscire dalla bocca di Don Andrea Gallo mentre non cercava di “salvarmi” ma di camminare insieme su un percorso comune. Mano nella mano.

Muore suicida un ragazzo di 16 anni. Farsi delle domande e rimettere in discussione tutto è un dovere.

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