Il neo presidente Usa, Donald Trump, ha avviato fin dal primo giorno alla Casa Bianca una serie di cambiamenti normativi ed esecutivi volti ad incidere profondamente non solo sulla vita dei suoi concittadini ma persino, poco o tanto, su quella di moltitudini di abitanti in ogni angolo del globo.

Il primo e più importante in termini globali è l’abbandono del Tpp (Trans Pacific Partnership), un accordo di scambio e interazioni commerciali tra gli Stati Uniti e diversi paesi ubicati nell’immensa area dell’Oceano Pacifico. Questa scelta, paradossalmente, non ha una motivazione commerciale ma mira semplicemente ad avviare un indirizzo autarchico per proteggere le produzioni nazionali e rilanciare la supremazia degli Usa a livello globale.

Vista dagli americani (la maggioranza) questa intenzione non è solo buona, ma addirittura esaltante. Non tiene però conto del fatto che gli altri paesi non stanno certo a guardare. Vero che il Tpp non era ancora operativo per gli Usa, mancando l’approvazione del Congresso, ma le altre 11 nazioni partecipanti (Australia, Brunei, Canada, Chile, Japan, Malaysia, Mexico, New Zealand, Peru, Singapore e Vietnam) avevano di fatto già cominciato a regolarsi come se fosse solo questione di qualche mese, invece… Invece tutto riparte da capo, perché anche il Giappone ha già fatto sapere che senza gli Stati Uniti anche il loro interesse per il Tpp svanisce.

Per i cinesi però questa vicenda è stata come un provvidenziale invito a nozze. Essi non hanno perso nemmeno un minuto e hanno subito intensificato i contatti con tutti i paesi del Tpp per approfittare di questo clamoroso passo falso degli americani ed occupare immediatamente quello spazio che, per ovvi motivi commerciali, gli Usa avevano gelosamente tenuto sotto il proprio controllo. Così l’unica potenza ad averne sicuro guadagno sarà proprio la Cina, che da quell’accordo era invece stata accuratamente esclusa.

Quindi se Trump è stato veloce, gli altri non lo sono stati da meno. Il business è business in tutto il mondo ormai. Australia, Malesia e molti altri ancora, non stanno certo a guardare. Dato che i cinesi, esclusi dal Tpp, avevano avviato già da tempo il Rcep (Regional Comprehensive Economic Partnership). Ora finiranno tutti con l’infilarsi sotto l’ombrello commerciale cinese del Rcep.

Benché il Rcep abbia regole (soprattutto ambientali e di tutela del lavoro) molto blande rispetto a quelle (peraltro insufficienti) del Tpp, è diventato giocoforza dei paesi ansiosi di non perdere il treno dello sviluppo muoversi in fretta per non restarne esclusi.

Il “pendolo” sta girando quindi dall’altra parte, e i primi a farne le spese saranno proprio i giapponesi e i taiwanesi, che oltre a restar fuori dal Rcep cino-asiatico dovranno anche scontrarsi con le barriere autarchiche imposte proprio dagli Usa guidati da Trump. Non resta a loro che cercare nuovo lidi, e dove li troveranno? Proprio là dove Trump si ritira! Ovvero Messico, Canada, ecc. Le sue tensioni autarchiche arrivano infatti a mettere in dubbio persino il Nafta (North America Free Trade Agreement) firmato da Clinton già nel lontano 1994.

Ma ci sono anche altri possibili sviluppi nei lontani lidi orientali. Come quello, ora in crescita sul piano probabilistico, del “Free Trade Area of the Asia-Pacific”.

L’avvento di Trump sembra aver avviato perciò improvvisamente una colossale partita a scacchi. Solo che qui a muoversi non saranno semplici pedine ma immensi flussi commerciali di intere nazioni e continenti e ad esserne direttamente influenzato sarà il modello di vita e di sviluppo di miliardi di persone. Non sarà però “deglobalizzazione”, come qualcuno già definisce questa fase di quasi stallo nello sviluppo economico globale venutosi a creare come conseguenza della “Grande Recessione”. Non si torna indietro. Si può e si deve invece governare lo sviluppo in modo equilibrato (i G7, G20, ecc. dovrebbero avere appunto questo scopo!).

L’autarchia di Trump potrà perciò dare solo qualche provvisorio ed illusorio effetto positivo agli americani meno informati, ma nel tempo si trasformerà per l’America in un autentico disastro.

E l’Europa cosa fa? Il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), l’accordo tra Usa ed Europa, non è nemmeno partito e ora, con Trump al comando, non ha nessuna possibilità di risorgere. Quindi considerando anche l’enormità dei problemi già esistenti in Europa, con una depressione (sostanziale) che dura da sei anni e una moneta che unica lo è solo di nome, la soluzione è una sola: fare davvero un’Europa Unita politicamente!

Inizialmente, come suggeriscono Stiglitz e altri seri economisti, potrebbe essere necessario fare due monete (p.es. Euro Nord e Euro Sud) per equilibrare sotto il profilo monetario e fiscale lo squilibrio che attualmente esiste tra le due aree del continente, ma in prospettiva occorrerà pervenire rapidamente ad un soggetto unico. Se lo farà in fretta e nel modo giusto vincerà la sfida e tornerà ad essere leader della civiltà globale altrimenti la leadership passerà presto alla Cina.