Lui, avvocato di Pavia, e il compagno, albanese, volevano un bambino. E hanno fatto arrivare dall’Albania una ragazza, già in avanzato stato di gravidanza. Il legale l’ha sposata in tutta fretta in Comune, dopo pochi giorni il bimbo è nato e lui ha dichiarato di esserne il padre. Dopo il parto, i genitori biologici – il vero padre del neonato è il fratello del compagno dell’avvocato – sarebbero dovuti ‘uscire di scena’ per fare ritorno nel loro Paese, con la promessa di ricevere 70mila euro. Un caso per il quale gli inquirenti – dopo l’esame del Dna – hanno chiesto di rinviare a giudizio la madre, il falso padre e il suo compagno “per alterazione di stato civile di un neonato”. Il piccolo è stato immediatamente allontanato dall’abitazione su disposizione del tribunale dei minorenni ed è stato portato in una comunità protetta e riaffidato alla madre biologica, dove si trova tuttora.

Via via che il cerchio delle indagini si stringeva, il ‘marito’ faceva rientrare in Italia la giovane ‘sposa’, per cercare di convincere la polizia sulla bontà del loro rapporto. Ma la convivenza forzata, in un unico appartamento, dei finti coniugi con i reali fidanzati, complice anche il mancato pagamento degli aiuti economici pattuiti, ha generato continui litigi e ha costretto la giovane albanese a scappare con il suo fidanzato e confessare tutta la storia ai poliziotti. Gli agenti hanno accertato che erano stati inviati in Albania circa 5mila euro, “la cifra complessiva pattuita si aggirava sui 70mila euro totali“, racconta la donna agli agenti.

La coppia ha confermato le stesse dichiarazioni davanti al pubblico ministero e dalle rivelazioni è emerso un quadro familiare privo di alcun punto di riferimento certo per il neonato, che veniva fatto addormentare alcune sere in stanza con i veri genitori e altre assieme all’avvocato e al fidanzato. I sospetti hanno trovato riscontro nel test del Dna, disposto dopo la confessione dei genitori biologici: per la madre, per il falso padre e per il suo compagno è scattata la richiesta di rinvio a giudizio per alterazione di stato in concorso.

Ad avvertire la polizia e far scattare le indagini della Digos è stata una segnalazione confidenziale su un matrimonio che aveva fatto troppo rumore in un piccolo comune del pavese, poiché lo sposo era risaputo convivere stabilmente con il fidanzato da ormai diversi anni. I sospetti hanno trovato i primi riscontri dopo le dichiarazioni del personale sanitario che aveva seguito la donna, la quale poco dopo il parto era rientrata in Albania insieme al padre naturale del bambino, lasciando il piccolo in casa dei due conviventi. Anche dal monitoraggio dei social network sono emerse “alcune stranezze”, spiegano gli investigatori: sul profilo dell’avvocato (profilo in comune con il fidanzato, essendovi entrambi i nomi) risultavano essere state postate diverse fotografie del neonato, in culla e tra le braccia della coppia, ma non vi era alcuna foto ritraente la madre del bambino.