Quando il presidente della Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile, parlando alla stampa, ha affermato che «per dirla semplice, è l’effetto Vajont» la prima reazione è stata quella d’impormi: «Fermo! Prendi fiato: fai un respiro profondo!». Dopo lo choc, mi sono fatto tre domande.

Ha ancora senso il riserbo istituzionale?

Dopo le poco edificanti vicissitudini aquilane in occasione del terremoto del 2009, ho apprezzato il riserbo che la Grandi Rischi ha sempre adottato dopo quella vicenda. La società dello spettacolo ha però allentato molti freni, giacché esisti solo se entri nell’acquario televisivo – uno qualunque ancorché marginale – e basta uscirne per non esistere più. Non era difficile prevedere che, prima o poi, il riserbo andasse in soffitta; e, purtroppo, gli argomenti del tutto condivisibili di un membro della Grandi Rischi, competente in materia e piuttosto seccato per l’accaduto, contrastano con lo spirito dei tempi.

Bertolucci Sergio, chi è costui?

Il presidente della Grandi Rischi è un bravo studiosoneo-professore straordinario nell’Università di Bologna – noto per le sue ricerche sperimentali in fisica dei neutrini, in particolare sul mitico bosone di Higgs. Una particella dalle dimensioni assai piccole, giacché peserebbe 125 GigaelettronVolt, mentre l’invaso incriminato di Campotosto, quando è pieno, contiene 218 milioni di tonnellate d’acqua. Stavolta, il governo ha premiato il merito scientifico, una pratica abbastanza rara in Italia, dove uno stuolo di nani e ballerine che si auto-definiscono grandi scienziati razzola attorno alle ossa istituzionali. Merito e competenza, però, non vanno sempre a braccetto.

Fino a che punto le dighe italiane sono sicure?

Se la domanda fosse: «C’è una diga italiana più pericolosa della diga di Mosul?» la risposta sarebbe: «Certamente, no!». La stessa interiezione che merita la grida del Bertolucci causa l’assenza di un monte Toc da 260 milioni di metri cubi in potenziale frana. Entrando nel dettaglio, le dighe italiane hanno mediamente la mia età, anzi le tre dighe di Campotosto (Lago Fucino e Sella Pedicate, entrambe a gravità in muratura; Poggio Cancelli, a gravità in terra) sono anche più vecchie. Così come la poco lontana diga di Scandarello ad Amatrice (a gravità in muratura) risale addirittura al 1924; e nel 1944 rischiò di saltare in aria per le mine naziste.

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Insomma, le dighe italiane avrebbero bisogno di una ripassata per almeno due ragioni, rischio sismico e rischio idrologico, che all’epoca della costruzione venivano valutati in modo ancora rudimentale. Per esempio, una valutazione di massima, pubblicata sulla più importante rivista di settore nel 2015, indica che quasi una diga su tre potrebbe avere un insufficiente fattore idrologico di sicurezza; e risultare così vulnerabile se investita da una piena eccezionale, ma non ‘veramente’. E il problema non è soltanto il calcestruzzo che invecchia o il clima che cambia, ma anche la competenza, giacché da anni non si costruiscono più dighe e la materia è insegnata di rado: studiosi ed esperti sono ormai ridotti a pochi attempati superstiti e il Registro Italiano Dighe fu abolito 10 anni fa, ma non la tassa che lo finanziava.

Nota finale

Il famoso Decreto ‘Salva Italia’ del 2011 «al fine di migliorare la sicurezza delle grandi dighe, il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti individua, entro il 31 dicembre 2012, in ordine di priorità, le dighe per le quali sia necessaria e urgente la progettazione e la realizzazione di interventi di adeguamento o miglioramento della sicurezza, a carico dei concessionari o richiedenti la concessione, fissandone i tempi di esecuzione […]». E non si fermò qui, perché allo stesso fine la Legge prevedeva che «entro sei mesi dalla data di entrata in vigore il Ministero […] d’intesa con il Dipartimento della protezione civile, procede alla revisione dei criteri per l’individuazione delle ‘fasi di allerta’, al fine di aggiornare i documenti di protezione civile per le finalità di gestione del rischio idraulico a valle delle dighe». Singolare che tutta la faccenda sia trattata nell’articolo 43 sotto il criptico titolo di ‘Alleggerimento e semplificazione delle procedure, riduzione dei costi e altre misure’. E quanto stia facendo sul campo il decreto ‘Salva Italia’ non è ancora chiaro, dopo sei anni: già salvata o non ancora?