Ieri mi è capitato inavvertitamente di sintonizzarmi su un canale italiano. Nelle lande extra-Stivale in TV vige una distinzione netta tra politica, informazione, religione, intrattenimento e Sagre della Cipolla. Pertanto personaggi di indubbio spessore come Sgarbi, Gasparri, Dibba o il Mago Otelma gestirebbero con discreto profitto uno smercio al dettaglio di tuberi. In Italia invece grazie all’opera di telelobotomizzazione, iniziata da Berlusconi, il letame catodico si è sparso copioso sulle fertili zolle da cui alfine sono spuntati i webeti.

Però questo zapping accidentale, invece della crisi di rigetto che mi provoca la vista della gggente aizzata da mediocri aspiranti Funari, mi consente con un post telegrafico di proseguire il debunking delle fandonie intrapresa all’inizio del 2016.

In sintesi, il teleschermo mostrava l’ormai canonica folla di cittadini che schiumavano di rabbia impotente contro lo Stato, le istituzioni, la politica e quant’altro, perché la strada principale di collegamento a un borgo in provincia di Salerno era bloccata da oltre un anno a causa di un masso precipitato sulla sede stradale.

La turba con giustificata veemenza ricordava di aver inscenato un’analoga manifestazione mesi addietro e celebrato con una grottesca cerimonia il compleanno del masso per sensibilizzare “chi di dovere”. Ma il masso rimaneva, maestoso e inamovibile come un sottosegretario, a far da sfondo all’assembramento.

Quale bufala permette di smontare questa vicenda? La bufala uber-keynesiana degli investimenti pubblici come magggico motore della crescita in Italia. In un paese dove da anni non si riesce a smuovere un masso dalla strada, drappelli di economisti invocano novelli Piani Marshall, mitici Eurobond per infrastrutture europee (tipo Tav, per intenderci), Piani Juncker a gogo, story telling della fantomatica Casa Italia (prontamente ridimensionata a casino Italia), dotte narrative sul risanamento del territorio ad ogni scroscio di pioggia.

La miserevole realtà del paese non da grandi opere, ma da operetta è dominata dalla saga della Salerno-Reggio Calabria, dagli interminabili percorsi burocratici che il nuovo codice degli appalti è riuscito a rendere ancora più tortuosi, dall’Anac che controlla minuziosamente le stalle quando i buoi sono scappati e trasformati in bistecche, dai fondi europei che quasi nessuna istituzione riesce a spendere se non per concerti di piazza e mancette clientelari, dai viadotti che crollano a poche settimane dal collaudo. Insomma dal musei degli orrori politico-burocratici di cui è costellata la Penisola.

Da mezzo secolo non vi sono state grandi opere pubbliche in Italia che abbiano rispettato bilanci, scadenze o previsioni e non abbiano dato molto più lavoro a poliziotti, giudici ed avvocati che non ad ingegneri e capi cantiere.

Quindi la prossima volta che sentirete l’ennesimo mestatore inveire contro la Merkel, l’Europa, l’euro e Bruxelles perché ci impedirebbero di spendere come in America (dove peraltro Obama in 8 anni non ha nemmeno iniziato alcuna grande opera), azionate le sinapsi, ricordate quel masso in provincia di Salerno e collegatelo ai viadotti in Sicilia, a quello di Lecco e magari anche al Mose le cui paratie pare siano state messe KO dalle cozze. Rigorosamente non teutoniche, secondo i primi accertamenti.