Tanto viva è stata l’attesa, quanto moscia la visione. Smetto quando voglio Masterclass, al netto dell’entusiasmo per il capostipite della neo-saga (il primo sorprendente film uscì nel febbraio 2014 fece oltre 4 milioni di euro), e dalla buona volontà dell’operazione produttiva (leggasi cinema di genere con capacità d’esportazione), è davvero poca cosa. Capiamoci subito. La seconda regia di Sydney Sibilia ripete, e se possibile amplifica, i limiti della matrice originaria. Quindi nulla di eclatante. Già si sapeva. Limiti di costruzione narrativa e di approssimazione tecnica che appunto nel 2014 risultavano naif nella loro artigianalità nata attorno allo spunto originalissimo di scrittura che riguardava il gruppo di ricercatori universitari senza lavoro consono al loro livello d’istruzione che si reinventava produttore di smart drugs e finiva, sempre con il sorriso, tra le grinfie di una strampalata  banda malavitosa. Capiamoci ancora meglio. Nel tentare di costruire una formula di genere, Sibilia, questa volta coadiuvato da Luigi Di Capua di The Pills e Francesca Manieri allo script, smarrisce la bussola della cifra comico leggera provando a tarare il cuore del film nell’incerto equilibrio di tre macrosequenze ripetute all’infinito: l’interno commissariato di polizia, il cicaleccio comico tra la banda dei ricercatori, e il bordone (finale) d’azione. E se dicessimo che è proprio dove il coefficiente di difficoltà realizzativa è più alto – l’action – il film riesce meglio, non staremmo a speculare per paradosso.

Con tutta la buona volontà di chi si avvicina ad una materia incandescente che richiede tempo, denaro, e angolazione precisa dell’obiettivo, come auto in corsa, salti nel vuoto, scazzottata sul tetto di un treno (merci) in corsa, alla fine qualche motivo di interesse SQV 2 lo suscita pure. Ma è quando il contraltare dei dialoghi si fa strada per raffreddare e frenare un film che drammaturgicamente non sembra partire mai, che si viene come investiti da una gragnuola di battute recitate in fretta, senza respirare, che nemmeno ne L’ultimo bacio. Le numerosissime sequenze all’interno del commissariato avvoltolate su un generica alchimia di coppia di poliziotti alla Distretto di Polizia semplicemente stordiscono. Le urla e gli strepiti tra i ricercatori protagonisti finiscono spesso per coinvolgere tre quattro attori che si danno su la voce con un effetto intontimento che ha pochi eguali (esportazione sì, ma come si farà a tradurlo?). Poi c’è la comicità ridondante di Edoardo Leo che si mangia il film annichilendo il peso umoristico dei comprimari. E visto che Leo non è Sordi, ma che ripete in ogni film (escludendo Perfetti sconosciuti) il prototipo fantozziano dello sfigato, proprio come faceva Villaggio nell’esportare Fracchia/Fantozzi in Scuola di ladri, Pappa e ciccia, ecc…, reiterandolo senza variazioni evolutive in ogni sequenza, il risultato è addirittura da disconnessione dal racconto.

C’è, inoltre, un problema complessivo nel miscelare il suono in campo e le voci dialoganti che rende addirittura difficile comprendere cosa esattamente gli attori si dicono. La trama poi non aiuta, perché questo nuovo capitolo (alla fine fatto ad uso e consumo del terzo che verrà, forse?) non fa altro che giochicchiare senza nerbo con la dimensione temporale in modo che nemmeno inizia il film e dobbiamo correre indietro nel tempo a recuperare un blocco narrativo enorme (e chi non ha visto il primo?). Va bene, capiamo benissimo il meccanismo, però il risultato è davvero povero. Gli spiantati ricercatori questa volta devono recuperare, analizzare e registrare per conto della questura 30 nuove smart drugs legali prima che il ministero le censisca e le cataloghi illegali. Ebbene per un’ora che accade? Nulla, se non un shakerata continua del blocco “commissariato di polizia” e di quello “urla dei ricercatori”. Tutto in attesa dell’inseguimento finale su un treno merci che corre su un binario tra due strade trafficate. La trovata grottesca del sidecar e camioncino nazista (i ricercatori rincorrono il treno e il suo prezioso carico su questi mezzi indossando anche gli elmetti delle SS) meritava di essere l’apice di un strutturato non sense disseminato lungo il film e non un’estemporanea trovata simbolico/figurativa. Ma fa niente. Almeno qui con la sorpresa del nervoso villain che contende la merce ai ricercatori (non diciamo il nome dell’attore anche se è scritto in  ogni dove) la situazione si rianima un po’, vive un improvviso guizzo di saga alla supereroi.

SQV Masterclass, stazione obbligatoria di passaggio per il terzo film della saga (SQV Ad Honorem), non ripete l’exploit creativo di Lo chiamavano Jeeg Robot (a proposito febbraio-marzo sembra diventare il miglior slot distributivo per il cinema italiano di genere) o la felice sorpresa di Veloce come il vento (Matteo Rovere è qui produttore coraggioso assieme al redivivo Domenico Procacci di Fandango) perché mentre i due esempi citati davvero fuori categoria univano in una felice sintesi sperimentazione tecnica e originalità di scrittura, qui siamo di fronte al classico esempio di quel cinema un po’ arruffato, vorrei ma non posso, dove idea e realizzazione sono divisi da uno iato mostruoso che ne limita l’esplosione espressiva. Aggiungiamo comunque una sentita esclamazione: “peccato”.