Noi siamo fan incondizionati di Elio Petri, e forse non facciamo testo, ma una rilettura attenta, particolare, disinvolta del suo ultimo bistrattato film, Buone Notizie, andrebbe fatta presto. L’occasione migliore è l’uscita per la prima volta in Dvd del film il 24 gennaio, grazie a Mustang Entertainment. Undicesimo titolo di Petri, morto all’improvviso nel 1982 a 53 anni, Buone notizie (1979) è un concentrato probabilmente impazzito ed irrefrenabile degli incubi terreni e creativi dell’autore di Indagine su un cittadino… e Todo Modo, ma non per questo prova meno significativa di altri suo osannati capolavori.

Il protagonista senza nome del film (Giancarlo Giannini, in una delle prove più schizoidi della sua carriera), impomatato alla Volonté, è un funzionario di un’emittente televisiva immerso in una sorta di grottesco mondo moderno zeppo di spazzatura, attentati terroristici e paranoie politiche. A sua volta “l’uomo” vive una continua ed ossessiva egolalia che mette al primo posto il sesso, la volgarità, il rapporto con le donne e il politicamente corretto. A lui si avvicina tal Gualtiero (l’incredibile caratterista, almeno negli anni settanta, Paolo Bonacelli), amico che non vedeva da dieci anni, e che sostiene di essere minacciato di morte. Il vivace e inesauribile gorgoglio della scrittura petriana,  che disegna continui cerchi concentrici, bizzarri, ineludibili di un deformante quotidiano, sfiora una nuova dimensione più parodica e comica rispetto ai lavori di Petri anni ’60-’70, qualcosa di sarcastico rispetto a mode, tecnologie e ideologie comunicative (il ricatto televisivo delle “bad news” è un sottotesto martellante), che in alcuni punti ricordano il demenziale, e altrettanto deformato e grottesco Belpaese di Luciano Salce (1977).

Buone notizie inizia al buio, sequenza simbolica di un protagonista freneticamente smarrito di fronte ai cambiamenti (progresso? sviluppo? Ricatto? Reazionarismo?) e che tiene acceso un fiammifero per orientarsi in casa, aggrappandosi poi alle sue voglie e letteralmente al corpo della compagna Fedora (Angela Molina). E da qui si dipanano  i due bordoni narrativi principali del film: l’amico Gualtiero che invade senza senso apparente, fisicamente e attivamente la vita del protagonista, ballando valzer e mangiando pastarelle; e il protagonista stesso che riassesta in continuazione il suo rapporto con la “femmina”. Le donne di Petri, sempre uno strano magnetico ed anonimo corollario nei suoi film, sono qui un muro invalicabile e sistematico, respingente e affascinante, davvero molto vicino a qualche esempio alla Ferreri o Buñuel. Giannini interpella di continuo colleghe, amiche della moglie, moglie dell’amico sul suo possibile fascino, su come viene percepito da loro, e con loro intavola fugaci, inanimati, strampalati baci, rapporti sessuali, esibizioni di sé in mutande (e senza), in un delirante spirale di perdita di sensi ed equilibrio, evidenti segnali di una volontaria esposizione della mancanza di solidi appigli di senso a cui aggrapparsi in mezzo al caos sociale e culturale di quel momento storico. “Per me deve rimanere tutto come è adesso, status quo, anzi status quo ante” , declama il funzionario davanti agli eleganti rappresentanti sindacali della tv che gli chiedono un parere sugli scatti d’anzianità per i diversi dipendenti aziendali.

Lo stile di Petri rimane comunque inconfondibile. Movimenti di macchina sempre incessanti, proditori e marcati. Composizione dell’inquadratura che anche nelle sequenze di interni, con meno “aria” in cui far muovere gli attori, propone sempre soluzioni originali e inattese. Buone notizie va recuperato anche perché molte paranoie vissute fittiziamente dai protagonisti nel film si ripetono come carta carbone quasi quarant’anni dopo nel nostro cupo quotidiano: narcisismo individuale a go-go, palpabile e sotterranea tensione per l’imponderabile, incendi, devastazioni, inquinamento, addirittura frodi alimentari, tutte elencati mestamente nei tg che vanno e vengono sullo schermo. Nei preziosi extra che l’uscita in dvd offre ci sono le interviste a Giancarlo Giannini, Paolo Bonacelli e Paola Petri. Quest’ultima racconta l’incontro tra il marito e un altro “irregolare” come Giorgio Gaber. Il regista romano voleva l’artista milanese per una piccola parte, ma quest’ultimo suggerì all’amico di valutare la possibile presenza della moglie Ombretta Colli che, alla fine, diventò un eccellente contraltare bizzarro e psicanalitico del protagonista in sfregola. Come ogni volta che ci capita di parlare di Petri, chiudiamo dicendo che di registi liberi ed indipendenti come lui in Italia non ne abbiamo davvero più; e che forse, pur non citato da nessuna parte, quel tizio col cane lupo che appare dopo nemmeno mezz’ora di film potrebbe e dovrebbe essere lui, in un cameo hitchockiano che fa sorridere.