La storia dei presidenti si scrive attraverso i loro discorsi. Negli anni ricordiamo più le loro parole che i loro atti. I politici lo sanno, ed è per questo che anche a livelli più bassi rispetto al presidente degli Stati Uniti si avvalgono di professionisti della scrittura di discorsi (speechwriter) per scrivere i loro interventi più importanti, per scrivere i loro pezzi di storia.

Il discorso di insediamento di Donald Trump è uno di quei discorsi che ricorderemo. E’ stato un discorso straordinario in particolare per la sua coerenza. Rispetto alla campagna i toni sono più morbidi nei confronti degli ex avversari: ringrazia gli ultimi presidenti presenti all’Inauguration, Obama (e moglie), Bush e Clinton. Ma la coerenza con il programma e con la lotta alla élite – “oggi restituiamo il potere al popolo” è il suo messaggio – è, a mio parere, totale. E questo non è affatto scontato.

La grande lezione che anche in Italia deve imparare chi vuole rappresentare il cambiamento è questa: se nasci anti-sistema, e vieni votato per questo, devi restare anti-sistema. Anche quando vai al governo. Perfino se sei il presidente della nazione più potente del mondo.

Il suo discorso inizia con un messaggio molto forte e con parole fresche. Un messaggio che risuona bene in molti Paesi con sentimenti simili a quello americano, compreso il nostro: “La cerimonia di oggi ha un significato speciale, perché non stiamo semplicemente trasferendo il potere da un’amministrazione all’altra, ma lo stiamo restituendo da Washington a voi, il popolo”.

Il secondo passaggio è un ulteriore segno di coerenza. Rimarca la sua equidistanza dal Partito democratico e da quello repubblicano. Essendo il leader di un movimento anti-establishment avrebbe voluto candidarsi da indipendente, ma negli Stati Uniti, dove nella pratica esistono solo due schieramenti, avrebbe significato essere invisibili. Così Trump ha scelto il trampolino repubblicano, ma non l’ha fatto stringendo per mano i compagni di partito. Piuttosto li ha messi all’angolo attaccandoli senza remore. Per questo, anche rivolgendosi ai Bush, ha detto: “Troppo a lungo un piccolo gruppo nella nostra capitale ha raccolto i frutti del governo, mentre la gente ha sopportato i costi. I politici hanno prosperato, ma i posti di lavoro sono andati via e la fabbriche hanno chiuso. L’establishment ha protetto se stesso, ma non i cittadini del nostro Paese. Tutto ciò cambia, qui e ora. I dimenticati non saranno più ignorati”. Poi dirà “abbiamo creato un movimento senza precedenti, basato su questo principio: una nazione esiste per servire i suoi cittadini”.

Questo atteggiamento è quello che è mancato in Italia a Renzi, che si è presentato come rottamatore ma poi si è imborghesito. Entrato nel Palazzo ha iniziato a vestirsi da politico e a parlare da politico, a stingere alleanze e patti con Berlusconi, Verdini e Alfano invece di mandarli in soffitta come promesso.

Anche il M5S deve stare attento a non dimenticare la lezione di Trump: se nasci anti-sistema, devi restarci anche quando sei al governo. La tendenza naturale, quando ci si appresta a governare, è quella di assumere atteggiamenti, appunto, da governante. Ma questi atteggiamenti governativi da chi li apprendiamo, chi sono i modelli?Ovviamente i leader del passato. Questo è l’errore. Siamo in una nuova era, quella di Trump e della Brexit, quella del potere che torna al popolo. Non ci si deve basare sui modelli del passato, si deve incarnare un nuovo modello che sia opposto ai rappresentanti delle élite.

Qualcuno potrebbe chiedere: come è possibile essere anti-sistema pur essendo al governo? E’ possibile, tanto quanto lo è presentarsi come uomo del popolo essendo milionario. Anzi, Trump è più coerente proprio grazie ai suoi milioni di dollari. Può permettersi di mandare tutti al diavolo (per citare lui stesso) perché lo ha sempre fatto nella vita, non avendo bisogno di nessuno. Può permettersi di attaccare la Nato e l’Onu, perché non ha bisogno di un posto al caldo al termine della sua carriera politica, può chiedere agli americani di “pensare in grande” (una delle frasi del discorso di ieri ed uno dei suoi motti da imprenditore) perché lui l’ha fatto, sia nel mondo degli affari che nella scalata alla Casa Bianca. Ovviamente coi suoi alti e bassi, spesso in modo cinico, ma senza mai nascondere la sua vera natura.

Allo stesso modo è possible essere anti-sistema pure quando si è al governo. Quello della Raggi a Roma è il miglior esempio che possiamo fare in Italia. Fra le sue prime mosse da Sindaco abbiamo due interventi anti-sistema: il blitz in streaming all’Ama, dove sono stati fustigati i dirigenti con successiva opera di pulizia della città, e il No alle Olimpiadi.

Meraviglioso, noi romani eravamo entusiasti di questo e nessuno chiedeva alla Raggi di imitare qualche sindaco del passato nell’atteggiamento e nelle parole. Ma dopo qualche mese lo slancio anti-establishment si è esaurito, si è cominciato ad affrontare i problemi nel modo in cui la mini Casta (i dirigenti della pubblica amministrazione) insegna a farlo, cioè nel vecchio modo.

Con la fine dello slancio anti-sistema sono precipitati anche i consensi della Raggi, ora al penultimo posto fra i sindaci d’Italia. Un M5S al Governo del Paese non dovrebbe commettere lo stesso errore.

Tornando al discorso di inaugurazione, Trump dimostra ottime doti comunicative inserendo due messaggi utili a disinnescare alcune accuse nei suoi confronti. Nei giorni precedenti si è parlato di un Paese diviso. Per questo Trump in diversi passaggi del suo intervento richiama all’unità: “Quando l’America è unita, l’America è totalmente inarrestabile”.

Un’altra accusa rivolta al nuovo presidente è quella di parlare sempre di sé, usando troppo spesso il pronome “io”. Per questo una delle frasi a effetto del discorso è stata:Questo è il vostro giorno, è la vostra celebrazione, e gli Stati Uniti d’America sono il vostro Paese”.

Un’ultima considerazione va fatta sul motto “America first”: “Da oggi in poi, una nuova visione governerà la nostra terra. Da oggi in poi sarà America First”, ovvero l’America prima di tutto, ha detto Trump. Alcuni detrattori dimenticano però di dire che poco dopo il presidente specificherà: “Sapendo che ogni nazione ha il diritto di mettere i propri interessi al primo posto”. Parole che nel contesto europeo in cui ci troviamo suonano bene anche a molti italiani.