La storia è fatta di date. Ce n’è una che sancisce la fine della parabola criminale di Joaquin “Chapo” Guzman: 19 gennaio 2017. Il giorno in cui il fondatore del Cartello di Sinaloa è stato estradato verso gli Stati Uniti. El Chapo è stato portato dal carcere di massima sicurezza di Ciudad Juarez all’aeroporto della città dello Stato messicano di Chihuahua, sulla frontiera con gli Usa, e consegnato agli agenti americani che lo hanno scortato durante il volo verso New York. Ha passato una notte in cella e adesso lo aspetta l’udienza davanti al giudice del tribunale federale di Brooklyn. Perché negli States è ricercato dalla giustizia di almeno due stati e potrebbe perfino rischiare la pena di morte. Niente più tunnel e mazzette per evadere dal carcere, come ci aveva abituato quando ancora era il re del narcotraffico.

Quelle cose appartengono a un’epoca finita nella vita del boss. Perché l’estradizione nelle odiate carceri yankee ha sempre significato la “morte” per ogni narcos sudamericano. Il primo signore della coca Pablo Escobar scatenò addirittura una guerra a colpi di agguati e attentati per far sì che il governo colombiano non la istituisse. Escobar morì in un conflitto a fuoco con il Blocco di Ricerca colombiano (una squadra speciale creata per dargli la caccia) supportato dalla Dea americana. Guzman probabilmente morirà dietro le sbarre di una prigione.

Un anno dopo la sua cattura, l’8 gennaio del 2016, il superboss affronta ora la più temuta delle sue vicende giudiziarie. E’ riuscito a scappare ben due volte dalle prigioni messicane, ma ora sarà processato – e sicuramente condannato – in California e in Texas. E in quest’ultimo Stato è ancora in vigore la pena di morte.
Il governo del presidente messicano Enrique Pena Nieto, può tirare un sospiro di sollievo: la fuga del “Chapo” dal carcere di massima sicurezza di El Altiplano, nel luglio del 2015, lo aveva posto in forte imbarazzo, a causa delle evidenti complicità con le quali aveva contato per una evasione rocambolesca, attraverso un tunnel sotterraneo lungo un chilometro e mezzo. A questo si aggiunge il fatto che, malgrado le manovre dilatorie degli avvocati del superboss – che sono arrivati a denunciare che le guardie che controllavano il “Chapo” lo sottoponevano a molestie sessuali – la richiesta di estradizione della giustizia americana è andata avanti senza intoppi e nei tempi previsti.

Donne, fughe e droga: l’impero milionario del “Chapo”
El Chapo è nato in una famiglia povera nella città messicana di La Tuna, Badiraguato, tra le montagne di Sinaloa, il 4 aprile 1957 (secondo l’Interpool) o il 25 dicembre 1954 (secondo il Dipartimento di Stato). All’anagrafe Joaquín Archivaldo Guzmán Loera e a capo del cartello di Sinaloa, il suo soprannome “El Chapo” è usato in Messico per riferirsi a qualcuno di bassa statura. Secondo il libro I signori della droga del giornalista Anabel Hernandez, Guzman è alto 1 metro e 68 centimetri, al di sotto della media del paese, anche se ci sono diverse versioni circa la sua altezza.

Non era famoso, non vantava una grande fortuna né un grande prestigio finché, nel 2001, dopo aver corrotto delle guardie carcerarie, riuscì a fuggire dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande nascosto dentro un carrello della biancheria sporca, coperto da lenzuola e da un materasso. Doveva scontare oltre 20 anni di carcere, pena alla quale era stato condannato dopo essere stato arrestato in Guatemala nel 1993. Gli Stati Uniti lo hanno incriminato per traffico di droga.

La latitanza durò ben 13 anni. Nel febbraio 2014, venne nuovamente arrestato in un hotel di Mazatlán, sulla costa pacifica del Messico, durante un blitz delle autorità messicane aiutate dai servizi segreti statunitensi, salutato come un successo della politica del presidente Enrique Pena Nieto. Condotto nel carcere di massima sicurezza Centro Federal de Readaptación Social Número 1 “Altiplano”, 17 mesi dopo “El Chapo” riuscì a evadere di nuovo attraverso un tunnel di circa 1.500 metri scavato sotto la doccia della sua cella. Un duro colpo per il governo messicano, che ha però contribuito a catapultare la figura di Guzman nella leggenda e a renderlo il personaggio principale dei “narcocorridos” (canzoni popolari messicane che narrano le gesta dei narcos).

Nel corso della sua seconda latitanza “El Chapo” incontrò l’attore Sean Penn e la collega messicana Kate del Castillo per un reportage pubblicato dalla rivista Rolling Stone e alcuni giorni dopo venne catturato per la sua terza e ultima volta. Proprio grazie a quell’incontro le forze di sicurezza e i servizi segreti riuscirono infatti a rintracciarlo e, l’8 gennaio, ad arrestarlo, ma non prima di un nuovo tentativo di fuga attraverso un tunnel che era dietro uno specchio della casa a Los Mochis, dove si trovava.

Descritto come un donnaiolo, “El Chapo” è stato sposato a tre o quattro donne ed è padre, secondo quanto riferito, di almeno 18 bambini. La sua attuale compagna, Emma Coronel Aispuro, è un’ex reginetta di bellezza originaria di un villaggio di Sinaloa, che negli ultimi mesi si è battuta per chiedere migliori condizioni di detenzione, dal momento che l’ex re del narcotraffico ha problemi di salute e soffre di depressione. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti considera Guzman come il leader di un “impero criminale del traffico di cocaina, marijuana, eroina e metanfetamine, che ha introdotto tonnellate di droga nel paese lasciando una scia di morte e della corruzione. La rivista Forbes nel 2009 lo ha incluso nella sua lista degli uomini più ricchi del mondo, con una fortuna stimata di circa 1.000 milioni di dollari.