Un compleanno e poco da festeggiare. E’ passato poco più di un anno dal 10 dicembre 2015, giorno in cui Mauricio Macri si insediava a pieno titolo nelle sale della Casa Rosada. Il nuovo presidente argentino, esponente di una ricca dinastia imprenditoriale di origini italiane, è subentrato alla peronista Cristina Fernandez Kirchner alla guida del paese da un decennio. Macri è arrivato al governo tra grandi promesse e diffuse speranze di cambiamento, in un paese che, dopo anni di ripresa economica dovuta principalmente alla favorevole congiuntura internazionale, ha iniziato di nuovo a segnare il passo. Quest’anno l’economia argentina dovrebbe registrare una contrazione di oltre il 2%, la produzione industriale è in caduta libera (-7% a settembre, -8% in ottobre), la disoccupazione ha superato il 9% e l’inflazione rimane al di sopra del 40%.

La fiducia dei consumatori sulla situazione economica è la più bassa dell’America latina, fatta eccezione per il Venezuela, da mesi sull’orlo dell’implosione. La moneta locale, il peso, ha strappato alla lira turca il triste primato della peggior performance dell’anno. Il bilancio provvisorio di Macri è insomma deludente. Il nuovo presidente ha molti alibi. Ha ereditato una situazione complessa ed è ormai accertato come molti dei dati economici diffusi dalla precedente amministrazione fossero truccati. Tuttavia, dopo un anno alla guida del paese, inizia anche ad avere delle responsabilità. Non fosse altro che per le esagerate promesse di rilancio economico che avevano caratterizzato la campagna elettorale e i primi mesi di governo e che sono state smentite dai fatti. “Se volete delle magie, andate a vedere David Copperfield”, ha affermato il presidente ironizzando con i giornalisti che chiedevano conto delle deludenti performance dell’economia argentina.

L’impasse sul fronte economico ha iniziato a produrre contraccolpi anche negli equilibri di governo. La scorsa settimana il potente ministro delle finanze Alfonso Prat-Gay si è dimesso a sorpresa. Paga gli attriti con il governatore della banca centrale ma anche la paternità di un disegno di riforma fiscale uscito stravolto dall’iter parlamentare a causa di una formulazione indigeribile per tutta l’opposizione e, probabilmente, per gran parte dell’opinione pubblica. Lo scorso 13 dicembre un’altra tegola era caduta sulla presidenza Macri con l’apertura di un’inchiesta per le misure di amnistia fiscale di cui hanno beneficiato le famiglie dei membri del governo in relazione agli illeciti fiscali emersi dai Panama papers, in cui è implicato anche il padre del presidente.

Nonostante risultati sinora deludenti e alcuni incidenti di percorso, il gradimento nei confronti di Mauricio Macri rimane però alto e superiore al 50%. Raffaele Nocera insegna storia dell’America Latina all’università di Napoli Orientale e ritiene che sia ancora presto per dare un giudizio sull’operato del governo. “Il nuovo esecutivo”, spiega Nocera, “sta tentando di indurre un profondo cambiamento nella mentalità e nella burocrazia del paese, dopo un decennio di kirchnerismo. Un processo difficile e che richiede del tempo anche perché l’Argentina un paese spaccato in due. Da un lato c’è chi crede che la via di Cristina Kirchner e le ricette peroniste siano la scelta giusta per il paese, dall’altro c’è chi vorrebbe chiudere questo capitolo. Senza contare che classi dirigenti fedeli alla vecchia amministrazione sono molto radicate e resistenti all’interno dell’apparato pubblico”. Nocera sottolinea come un merito che senza dubbio è giusto riconoscere a Macri è quello di aver mostrato un maggiore rispetto per le regole democratiche e per il ruolo del Parlamento.

Le stesse opposizioni riconoscono al nuovo governo una migliore prassi di discussione dei testi di legge nelle aule di Camera e Senato che non vengono più bypassate come spesso accadeva sotto la presidenza Kirchner. In questo Macri, che non dispone di una larga maggioranza ed è consapevole dei limiti del suo esecutivo, ha fatto di necessità virtù. “Se si guarda in generale all’America Latina”, continua Nocera, “si vede come la spinta propulsiva delle politiche progressiste si stia esaurendo. Questo anche a causa di un rallentamento dell’economia che ha colpito tutta l’area”. Quando la domanda globale cresceva e di conseguenza l’export principalmente di materie prime dell’area andava a gonfie vele era relativamente semplice finanziarie programmi di sostegno sociale e al reddito. Quella che è mancata è stata invece la capacità di ridurre l’eccessiva dipendenza delle economia locali dalle risorse naturali e quindi dalla domanda estera di questi beni. Quando il vento è cambiato molte amministrazioni si sono trovate in difficoltà pagando anche un pegno politico. La stessa sfida si trova però ora di fronte ai governi di centro destra. Senza un rafforzamento dei trend economici sarà difficile avviare un processo di riforme e cambiamenti sena pagare forti dazi politici. “Macri”, conclude Nocera, “ha aggredito pesantemente il settore pubblico a cominciare da istruzione e sanità nel tentativo di contenere la spesa pubblica nell’ottica di un approccio liberale in contrasto con il kirchnerismo. Ma se la congiuntura non cambia sarà molto difficile far accettare alla popolazione misure e riforme che non sono certo indolori”. In modo un po’ semplicistico esistono due modi per ridurre i deficit di bilancio, alzare le tasse o tagliare la spesa. Nel primo caso, se le imposte sono progressive, si colpiscono proporzionalmente di più i benestanti, nel secondo caso i più poveri.

Tra le misure più indigeste del governo c’è stata la rimozione dei sussidi alla spesa energetica. Un taglio che ha colpito non solo le famiglie ma anche le imprese, specialmente le aziende medio piccole che si sono trovate a pagare bollette sei volte più alte che in passato. Una situazione che ha causato tra l’altro tagli al personale e al costo del lavoro. Gli economisti si attendono per il 2017 una ripresa piuttosto sostenuta. Ma sono previsioni scritte sull’acqua e fortemente legate a dinamiche e incognite internazionali. Gli investitori esteri guardano con interesse al paese. L’accordo con fondi speculativi e risparmiatori sul rimborso dei titoli di Stato coinvolti nel default del 2001 ha chiuso una vicenda che si trascinava da 15 anni e ha riguadagnato al paese l’accesso al mercato internazionale dei capitali. La situazione finanziaria pare sotto controllo, le riserve di valuta estera sono tornate a crescere ma questo, almeno per ora, incide poco sullo stato dell’economia e sui conti che le famiglie devono far quadrare ogni mese.

Alcuni osservatori mettono in risalto un rischio tipico dei paesi dell’America Latina ossia quello di passare da un eccesso all’altro senza mai trovare un punto di stabile equilibrio. Le politiche populiste o peroniste esagerano in assistenzialismo, clientelismo e ruolo dello Stato, quelle liberiste abdicano completamente ad una funzione redistributiva, 0 colpiscono troppo duramente le fasce deboli della popolazione ed esagerano nell’attribuire virtù taumaturgiche a privatizzazioni, deregolamentazione e liberalizzazioni. Suona ad esempio semplicistica l’idea secondo cui riducendo il ruolo dello Stato nell’economia si può curare la piaga della corruzione, frutto di una cultura diffusa che coinvolge tanto i soggetti pubblici che imprese private, non solo vittime ma anche artefici di pratiche illecite. L’Argentina è un paese dalle grandi potenzialità e dalle grandi risorse, un paese che all’inizio dello scorso secolo era ricco quanto la Germania. Riforme e nuovi approcci sono senz’altro necessari ma i benefici dovrebbero essere il più possibile condivisi. Diversamente anche Macri non farà altro che dare una nuova spinta a un pendolo che continua ad oscillare tra due estremi.