Ci fu negli Usa un tempo – un tempo che sempre più assomiglia a quello del “c’era una volta” delle favole – nel quale era assolutamente necessario per diventare presidente, essere o quantomeno apparire “presidenziale”. Vale a dire: era necessario, per chiunque ambisse alla Casa Bianca, muoversi, parlare e comportarsi, almeno formalmente, con la sincerità, la dignità e la solennità – la “presidenzialità”, per l’appunto, o la romana “gravitas” – che competono all’uomo chiamato a guidare una nazione che, oltre a esser di fatto la più poderosa del pianeta, a torto o a ragione, ritiene se stessa il faro universale della democrazia e della libertà. Ora non più.

Crepe – e talora crepe assai profonde – s’erano aperte già in passato in questo non scritto, ma rigoroso codice di comportamento. E va da sé che, nel pieno rispetto di questo codice, molti presidenti si sono, nel corso del tempo, resi responsabili di crimini orrendi. Certo è tuttavia che, dallo scorso 4 novembre, con la sorprendente vittoria di Trump, questo codice non solo ha perso completamente vigenza, ma è stato a tutti gli effetti rimpiazzato dal suo opposto. E questo senza nulla togliere, anzi, aggiungendo qualcosa di sostanziale e di greve, all’ipocrisia che, in precedenza, aveva alimentato il mito della “gravitas” presidenziale.

Uno dei cardini o, se si preferisce, uno dei miti di questa “gravitas” è, notoriamente, quello della “verità”. Il presidente non può mentire, così come l’ancor bambino George Washington – racconta una leggenda – non volle mentire (“I cannot tell a lie”) al padre che gli chiedeva se fosse stato lui a danneggiare l’albero di ciliegio con l’ascia che gli aveva regalato. Storie d’un’altra (e in gran parte mai esistita) America. Ora, con l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, si passa dal mito del “presidente incapace di dire una bugia”, alla molto ostentata prassi del “presidente capace soltanto di mentire”. O, per meglio dire: dell’imprenditore-bancarottiere-divo-di-reality-show-divenuto-presidente convinto che la verità (la “sua” verità) possa esser raggiunta solo attraverso un accumularsi di menzogne.

In una recentissima e molto tempestiva “new entry”, Oxford Dictionary ha chiamato “post-truth”, il dopo-verità, questo processo di “offuscamento dei fatti”. E assai utili per illustrarne praticamente il senso sono le cronache del recentissimo scontro, via tv e via Twitter, tra il neo-presidente e la notissima attrice Meryl Streep. Questo è quel che è accaduto. La notte dell’8 gennaio, nel ricevere il premio Cecil B. DeMille alla carriera nel corso dei Golden Globes, l’attrice ha rammentato quella che, a suo dire, è stata la più orribile performance – “non sullo schermo, ma nella vita reale” – di questo 2016. Ovvero: il momento in cui il nuovo presidente Usa ha sbeffeggiato, imitandone i movimenti, Serge Kowaleski, un reporter affetto da handicap del New York Times. Al ricordo di questa sua infame esibizione Trump ha risposto alla sua maniera, non solo puerilmente definendo la Streep, via Twitter, “una delle più sopravvalutate attrici di Hollywood”, ma tornando a negare l’evidenza immortalata da decine di video (non mi sono burlato del suo handicap – ha ripetuto – ma del suo “groveling”, del suo “umiliarsi”}. La cosa più interessante è tuttavia questa. Rispondendo a Meryl Streep, Trump non ha solo (ri)mentito, ma ha (ri)mentito per (ri)coprire una menzogna che a sua volta (ri)copriva un’altra menzogna, la più grave delle tre.

Nel corso della campagna Trump aveva infatti più volte affermato – a sostegno delle sue proposte islamofobe – che nelle ore successive agli attentati dell’11 settembre 2001, in New Jersey, “migliaia e migliaia di mussulmani avevano pubblicamente celebrato il massacro”. E quando questa menzogna era stata classificata col massimo punteggio che gli esperti di “fact-checking” riservano ai mentitori, aveva citato a proprio sostegno, del tutto arbitrariamente, un articolo scritto in quei giorni di fuoco sul Washington Post, da Kowaleski. Ed era infine stato quando quest’ultimo gli aveva fatto notare – cosa verificabilissima – di aver scritto cose ben diverse, che Trump s’era rabbiosamente lanciato, contro ogni verità e contro ogni decenza, nella sua parodia.

Una menzogna, due menzogne, tre menzogne. Più l’abbietta scimmiottatura di un disabile. Come a dire: dal ciliegio di G. Washington alle ciliegie di D. Trump. O meglio: alle sue bugie delle quali tranquillamente si può dire, come per le ciliegie del proverbio, che una tira l’altra. Tra qualche giorno queste deliziose primizie Trump le offrirà seduto alla scrivania dell’Ufficio Ovale. Prepariamoci alla scorpacciata..