Per la sinistra europea si chiude un anno molto difficile, forse di transizione, sicuramente sintomo finale di una crisi che si protrae da anni. In molti paesi europei i temi classici della sinistra, dalla difesa del lavoro alla redistribuzione della ricchezza, passando per la lotta alla povertà più estrema, sono ormai stati risucchiati via da movimenti di destra – destra radicale, destra populista, ognuno la chiama come vuole – e rimescolati con uno zoccolo duro di ideali conservatori, come la lotta all’immigrazione, la difesa della cultura nazionale, l’ordine e la sicurezza. Il risultato è stato un modello politico ibrido che ha completamente disallineato il voto delle classi lavoratrici, con fenomeni come Brexit, il grande consenso conquistato da Marine le Pen in Francia, e l’attuale situazione politica italiana, referendum (passati e futuri) inclusi.

Tutto ciò è accaduto perché la sinistra socialdemocratica europea non è mai riuscita, in questi anni di crisi, a proporre nulla di realmente alternativo. Si è avvitata su se stessa in quello che sarebbe dovuto essere il suo momento favorevole, durante una folgorante crisi economica che aveva finalmente messo in discussione il modello di globalizzazione neo-liberista. Ma la maggior parte dei partiti di sinistra europei non ha colto questa opportunità per fare autocritica e proporre un cambiamento della propria linea politica, ed ha invece preferito continuare lungo la direttiva blairiana e clintoniana. Senza capire che l’incremento delle disuguaglianze, il collasso del welfare State, e l’aumento della disoccupazione non sarebbero stati assorbiti in modo indolore e silenzioso dalla società.

Guardiamo ad esempio a ciò che è accaduto in Francia. Un presidente socialista che cinque anni fa aveva conquistato la fiducia di giovani e lavoratori con la promessa di prendere di petto la linea pro-austerity dell’Europa, se ne va senza neanche ripresentarsi alle elezioni. Dopo avere atterrato il suo partito e essersi ritrovato in piazza i suoi stessi ex sostenitori a protestare contro la sua riforma del lavoro. La proposta di rendere flessibile il mercato del lavoro e più agevoli i licenziamenti oltre ad allungare la giornata lavorativa ha scatenato una rivolta tanto forte da parte degli elettori di sinistra, o forse dovremmo dire degli ex elettori di sinistra, da rappresentare un fatto unico, nella Quinta Repubblica, per il partito socialista. Ed ora Marine Le Pen si appresta a giocarsi uno storico ballottaggio con un programma di destra che rimescola i temi economici della sinistra in chiave nazionalistica, anzi dovremmo dire protezionistica, e certamente anti-europea.

Il Front National si è appropriato in maniera quasi esclusiva del discorso sulla disuguaglianza, rielaborandolo a suo modo sulla base della contrapposizione tra il popolo e le élite, lo ha unito ad una campagna in difesa dei diritti socioeconomici (ovviamente dei soli francesi), ed ha condito il tutto con i suoi argomenti classici contro l’immigrazione e contro l’Europa che erode inaccettabilmente la sovranità popolare. Il risultato è che, come ha scritto un po’ di tempo fa Andrea Rizzi su El País, un partito di estrema destra come quello di Marine Le Pen si ritrova ad essere su posizioni economiche più di sinistra di alcuni dei ministri socialisti che hanno governato la Francia nell’ultimo quinquennio, come Emmanuel Macron e Manuel Valls.

Una cosa simile è accaduta in Gran Bretagna, dove le persone che svolgono un lavoro manuale, in particolare nel manifatturiero, vivono in case modeste e sono escluse, prevalentemente per ragioni economiche, dal sistema universitario hanno votato per lasciare l’Europa. E l’hanno fatto insieme all’ala destra del partito di destra britannico. La situazione politica in Italia non è da meno, con i partiti di destra che molto probabilmente daranno il loro appoggio al referendum promosso dalla Cgil contro la riforma del lavoro voluta dal principale partito di sinistra.

Ciò che fanno i partiti europei di destra, della destra populista se vogliamo, è promettere protezione. Dal crollo dell’impiego, dalla povertà crescente, da un futuro senza diritti che appare sempre più incerto, in generale dai complessi meccanismi dell’economia globale che dopo anni ininterrotti di crisi vengono percepiti, certo in maniera semplificata, come apertamente ostili. Sicuramente lo fanno in maniera approssimativa, probabilmente sbagliata, ripiegando su un anacronistico protezionismo. Però lo fanno. Proiettano l’idea di una svolta, più o meno violenta. Riempiono un vuoto che la socialdemocrazia europea, avvinghiata a una visione acritica della globalizzazione dei mercati, si è fin qui rifiutata di colmare.