Probabilmente il grande Leonardo Benevolo, che ci ha lasciato lo scorso 5 gennaio, potrebbe essere definito dai più un architetto sconosciuto perché mediaticamente poco attivo – non andava a pontificare e urlare in tv – e la sua missione era salvaguardare il tessuto storico delle nostre città anziché aggiungere insensatamente opere per lo più brutte, costose ed inutili. In una delle sue ultime interviste disse: “Il poco che ho fatto sopravvive nella vita di qualcun altro, che pure non mi conosce”.

Leonardo Benevolo era viceversa conosciuto da tutti gli studenti, architetti e studiosi di tutto il mondo e dagli amanti della bellezza. Non ho mai avuto l’occasione di frequentarlo ma è come lo fosse stato, di lui mi parlavano sempre i suoi amici Giovanni Astengo, mio “collega” al Comitato urbanistico del Piemonte ed Antonio Cederna al Consiglio Nazionale di Italia Nostra.

Cresciuto in quel clima di grande fermento cultural-urbanistico tra gli anni 30 e 40, nel 1930 venne fondata l’Inu, il glorioso Istituto Nazionale di Urbanistica e nel 1942 nasceva la 1150: la legge quadro per il riordino del territorio, Benevolo, oltre che studioso, fu intellettuale a tutto tondo e sino all’ultimo un prolifico professionista. Fu estensore di innumerevoli piani regolatori, tra cui Venezia, Bologna, Alba, Crema, Monza e Tarquinia, ma soprattutto mi piace ricordare Urbino, salvaguardando, come auspicavano le due leggi del ‘39 la 1089 e 1497, gli squarci visivi. Si deve a lui se dal Belvedere Piero della Francesca si può godere ancora della bellezza del paesaggio fino ad arrivare con lo sguardo al Mausoleo di san Bernardino, sepolcro del Duca, unico artefice di quelle meraviglie.

Ha vissuto da studioso e professionista tutte le riforme, le competenze dell’Urbanistica, da quando i piani regolatori si trasmettevano a Roma al Ministero dei Lavori pubblici per l’approvazione, sino all’autonomia regionale degli anni 70 e al declino delle utopie come espresso nel libro scritto nel 2012 Il tracollo dell’Urbanistica italiana. Attivo sino negli ultimi anni, come mi hanno confermato oggi i figli, prodigo di consigli e di idee, amava professare, citando Le Corbusier, che “aveva lavorato per il fratello uomo” ed aggiungo io per la “Bellezza creata” e sicuramente i tanti uomini che vivono nei territori da lui salvaguardati, oggi ricordandolo, lo ringraziano.