Quando identificare leader degni di questo nome sembra un’impresa davvero ardua.

Le ideologie si sono sgretolate, anche la tecnica o il tecnicismo fanno acqua, la demagogia rivela il suo volto oscuro e l’etica non è da meno, qualora ve ne sia una che valga il nome filosofico che le spetterebbe. Il punto è che cosa definisce l’umano e cosa ci permette di dirci tali. Non terrestri, abitanti per giunta inconsapevoli, maldestri o persino fedifraghi del pianeta Terra, ma umani, razza di esseri dotati del sentire, dell’amare, della passione, dell’eros come forza primigenia di creazione.

Si può essere un leader umano o meglio un leader dell’umano? E cosa significa? Chi avrebbe davvero diritto di decidere per conto di altri, e condurli verso un movente che sia anche un fine essenziale dell’umano?

Qui si apre una faglia degna di uno tsunami dell’intelletto. Esiste un fine per l’umano? E chi lo definisce? Perché se non esiste, allora come dar torto agli attuali presunti o sedicenti leader? Se non vi è nell’umano un eskaton, una missione, una vocazione, un dharma, un tao, chiamatelo come volete, allora ben vengano i personaggi che ci guidano, nella speranza che affidandoli al Dio greco dell’oblio possano essere dimenticati.

Se non esiste uno scopo dell’essere umani, va tutto bene così. Perché abbiamo smesso, tanto tempo fa, di ricordarci chi siamo. Abbiamo dimenticato parecchie cosette. Cose trascurabili, come il divino in noi: quello che ci rende folli e forti, creatori e trascinatori.

Abbiamo dimenticato il demone in noi: quello che ci permette di sapere come fa un assassino a premeditare e uccidere, un politico a rubare, uno spacciatore ad allungare la dose, una prostituta a vendere il suo sesso sacro e, a ciascuno di noi, di pensare che il sudicio e l’abietto non gli appartengano, almeno un po’, quel tanto che basta per farti essere, in modo neonietzchiano, così umano che sei troppo umano.

Allora ce lo mostrano i nostri leader cosa abbiamo dimenticato, quelli che sapendo bene dire di sì hanno fatto buona carriera nei sistemi dove il no è bandito e vilipeso. Abbiamo scordato che ognuno di noi è un tutto, un impasto di bene e male e che ciò che lo definisce umano è dentro di sé, nel mondo interno, del buio e del silenzio, ultimo nella scala delle nostre priorità. Denaro, auto, palestra, casa, oggetti, cibo, sesso… poi, magari, se c’è tempo, sogni, passioni, anima, chi sono, dove vado, cosa voglio e cosa scelgo.

Chi è un vero leader? Un leader di se stesso prima di tutto. Uno o una che sa chi è, e, credetemi, l’incontro con se stessi, lo garantisce Jung in persona, è dei più sgradevoli, ma è l’unica via per l’unica verità, quella del sentire e del fare esperienza sulla propria pelle, prima che su quella degli altri.

Infatti negli studi di Martin Seligman, il “progetto individui straordinari”, la prima qualità di un leader appunto straordinario era proprio la coerenza o congruenza: detto in parole povere, quello che dici è quello che fai ed è quello che sei.

E voi, e noi, che sosteniamo i leader, che coerenza o congruenza abbiamo? Non penso ai discorsi dei massimi sistemi che facciamo al bar o dopocena o quell’unica volta che ci siamo infilati in una conversazione un po’ diversa dalla solita lamentela o dalle prossime vacanze. Penso a ogni attimo di ogni giorno: quando rispondiamo male alla moglie perché siamo nervosi, mandiamo a quel paese il taxista perché ha fatto la strada più trafficata, non ci curiamo di come stiamo seduti o delle parole che usiamo, lasciamo i figli davanti alla tele perché così non rompono, ci permettiamo di essere infelici, scontenti, insoddisfatti e poi lasciamo tutto così come è.

Ci comportiamo da umani? Francamente credo che se l’umano è questo, ben venga l’asteroide che ci riservi più o meno lo stesso trattamento dei dinosauri. Fatti non foste per viver come bruti… Il vero leader conosce la poesia della vita, ama la vita, la difende, perché sa che in essa vi è il mistero più grande, l’unico che non si può corrompere, cioè che la vita va avanti, sempre e comunque dove i fiori crescono anche nei muri più aridi e sulle rocce dimenticate.

Il vero leader lo sa che vi è un piano dell’esistere che si chiama vita e che con essa non si scherza e non la si fa franca. La vita come il corpo non dimentica e ripaga solo chi l’ha saputa onorare. Con la bellezza, che non a caso nel mondo antico coincideva con la bontà e con la verità. La bellezza di uno scopo, di una passione, di un senso che vada oltre il materiale puro dell’esistere apparente in terra e carne.

Il vero leader ama: ama ciò che fa, le persone con cui lavora, la vita stessa e l’energia che la anima, che infatti viene dal greco en-ergo, al lavoro. Leader così ce ne sono stati, e qualcuno ce n’è anche oggi, ma vanno cercati e soprattutto trovati dentro, solo allora le cose possono cambiare anche fuori.